Sunday, January 02, 2011

Sonnambula


In queste gelide mattine addormentate scivolo tra il letto e l'ufficio, senza accorgermi del resto, tra le due cose una sonnambula.
Il viaggio in treno lento e silenzioso, nessuno guarda gli altri passeggeri, qualcuno sussurra, vietato parlare.
Mangio mandarini e bevo te' con latte, leggo libri e quotidiani protetta dallo scorrere del tempo, mi dimentico di guardare fuori dal finestrino.

Non vivo il presente, ma si sa, tanto e' impossibile.
Nel cercare di vivere la giornata, si scivola nelle ore, se si cercano di vivere le ore, le aspirano i minuti, fino a che tutto viene risucchiato in qualcosa di inconsiderabile, incontabile, mentre cerchiamo dividerlo.
Il tutto ci grida un significato incomprensibile.
Guardo fuori e c'e' neve, sui prati sugli alberi, persino sulle pecore, accecante bianco.
Neve che rinnova il mondo dopo averlo abbracciato.
Fuori e' ancora un po' scuro, arriva svelta una striscia di terra marrone, crepa che si apre nel paesaggio candido e li' si ammassano pecore, guardano tutte nella stessa direzione, verso il treno. Guardano il vuoto per imitazione. O guardano noi?

Non sara' possibile vivere il presente, ma si sente il tempo che esiste, che scorre. Quando scorre piu' velocemente provoca inaspettate fitte di dolore. Dolore o piacere?

Un grande cuore che pulsa.

E se non puoi la vita che desideri....

" E se non puoi la vita che desideri, cerca almeno di non sciuparla portandola in giro, nel quotidiano gioco balordo degli incontri e degli iniviti, fino a farne una stucchevole estranea."
Nazim Hikmet

Saturday, January 01, 2011

Oroscopo 2011



Primo giorno dell'anno nuovo.
2011 e' un numero che spezza, non scorre, la parola Duemilaeundici si pronuncia con un certo sforzo, se si va di fretta senza pensare mentre la si dice, la lingua quasi si attorciglia.
Mi sento un po' Paolo Fox, dotata di una certa preveggenza, mi sento di poter rivelare con una certa sicurezza data dal sesto senso (buon senso?) quello che accadra' nel 2011 sperando di fare la cosa giusta.
Spero di non influenzare le vite ed i destini delle persone rivelando quello che all'alba del primo giorno dell'anno cristallino ho visto inciso nel cielo. Ecco.
Per tutti i segni sara' un anno in cui con la perseveranza e le idee chiare sara' possibile vedere i propri sogni realizzarsi, ma bastera' un po' di pigrizia e qualche dubbio per vedere i propri sogni svanire.
Nei mesi freddi tutti i segni che non si copriranno avranno problemi di raffreddore.
Tutti i segni nell'estate saranno piu' spensierati e qualche segno single avra' delle avventure in riva al mare.
Certi segni stufi del rapporto di coppia, in cerca di nuovi spunti, si rifugeranno nel mondo della pornografia.
Tutti i segni dovrebbero fare un po' di sport, basterebbe una camminata al giorno, mangiare sano.
I segni in pensione avranno molto tempo libero, ma parecchi acciacchi.
Buon 2011.

Wednesday, December 08, 2010

L'autista espansivo

Sono passati tre mesi da quando mi sono sposata, dieci da quando mi sono trasferita, sono tre mesi che non vedo l'Italia.
Seduta sul treno Milano Porta Genova-Alessandria osservo le persone, le strade fuori, il bagno del treno, sento due amici che chiaccherano, una signora al telefono, suoni nuovi e suoni antichi mescolati. Mi sento come quando dopo un mese abbondante di vacanza si torna a casa e gli spazi vissuti per anni al primo sguardo ci sembrano sconosciuti, relativi, quasi ostili.
Oggi seziono tutto quello che mi circonda e lo rivedo nella relativita' dei nostri piccoli mondi.
Vedo problemi che sono idiozie e sorrisi che nascondono tragedie.
All'areoporto di Bergamo stavo fumando una sigaretta in attesa della partenza dello shuttle Orio-Milano Centrale, la valigia al mio fianco.
"A che ora parte?" chiedo all'autista che sta vendendo i biglietti.
"A quarantacinque" dice.
"Allora posso finire la sigaretta"
Il bagagliaio dell'autobus era carico di valigie impilate e non mi pareva gentile buttare il mio trolley enorme con la mano libera sulle altre valigie, rischiando di schiacciare souvenir, prodotti cosmetici o asciugacapelli altrui.
"Posso metterla sopra alle altre?" chiedo al conducente, con il quale normalmente e' vietato parlare, ma quando vende i biglietti si puo'.
"Certo" risponde "te la metto io".
"Scusa" dico io "non volevo usare la domanda come infima scusa per farmi aiutare, stavo finendo la sigaretta, l'avrei fatto io"!"
"Se poi vogliamo andare nell'intimo a me va bene" dice il signore dalla carnagione scura e dallo sguardo bovino.
"No, dicevo "scusa infima" non intima" lo interrompo.
"Ah! E vabbe', infimo, intimo, chissenefrega bisogna pur scherzare no? Son calabrese, mi piace scherzare"
"Certo, se non si scherza"
"Miiinchia", si scalda "qui non scherza nessuno, son venuto a Milano sei mesi fa. A quello che abita di fronte nel palazzo gli faccio: "Buongiorno", niente. Adesso non lo saluto piu'. Da noi c'e' il senso della famiglia."
Dice che deve rimanere a Milano per una causa grave e che se potesse tornerebbe a Tropea. Dice che la nebbia gli mette tristezza. Dice.

Sunday, November 14, 2010

Remo controcorrente

Ieri mattina il vento mi spingeva indietro, mi graffiava le guance con noncuranza, mi invitava a tornarmene a casa con folate intermmitenti ed insistenti, quasi a ricordarmi che in questo paese sono un ospite esageratamente ben accolto e forse il lavoro dovrei lasciarlo a qualcun'altro.
A prescidedere dal valore metaforico, stiamo parlando di una situazione reale, la signorina delle previsioni l'aveva annunciato la sera precedente, una bufera di vento avrebbe strapazzato i dintorni, spettinato gli alberi, sbucciato i tetti.
Come immigrante in terra straniera con manie di protagonismo mi sono accorta soltanto dopo un paio d'ore di averla presa in maniera un po' troppo personale.
Dopo essermi rifugiata in un caffe' ed aver rivolto un pensiero agli islandesi che vendono pesce surgelato all'aperto senza bisogno di freezer, mi sono messa il cuore in pace e me ne sono andata a lavoro, dove, come ogni giorno, ho capito il settanta per cento di quello che mi dicevano i clienti, per il resto lascio spazio all'intuizione. O fantasia.

Thursday, November 11, 2010

Fame e Fede, "Ragazzi di vita"

"Aoh'" disse "dimme na cosa, tu ce credi a Maria, quella che chiamano la Madonna lla'?"
"Bho', che ne so" disse pronto il Lenzetta, "nun l'ho vista mai"...

..."E tu ce credi a sto fatto, a more'?" chiese il vecchio...
Il Riccetto tutto soddisfatto parti': "Bisogna vede" fece, "secondo li punti de vista...come una donna umana puo' dire esse esistita, dal punto di vista della santita' e della verginita' puo' anche esse de no...Della sanita' puo' esse anche vero, ma della verginita'!...Poi c'avemo tutti la fede verso Cristo, verso Dio, verso tutti questi....E se te metti sul raggionamento della fede allora ce credi, ma scientificamente io per me credo che nun se possa dimostra'..."
Guardo' gli altri soddisfatto, come sempre, quando ripeteva questo pezzo che aveva imparato da un giovanotto di Tiburtino e pareva in campana a prendere pure a cazzotti a uno che lo venisse a contraddire...
Il Lenzetta si attacco' ai bordi del tavolino e comincio' a fare "pf, pf". "Me pari un reggista" fece, trattenendosi a fatica dallo sbottare completamente a ridere.
"A ignorante testa de c..."fece il Riccetto, sentendosi giustamente offeso.
"Ma famose n'artro mezzo litro" grido' il Lenzetta, e gli tese la mano "te sta bbene?"`
Ma il Riccetto diede uno schiaffetto sopra la mano tesa:"Mo te sputo in un occhio, mo!" gli fece.
Il Lenzetta apri' le braccia: "Ma che voi parla' de Gesu' Cristo e della Madonna, co sta fame che te aritrovi?"

Sunday, September 19, 2010

Vento furioso

Spesso mi chiedono se non ho paura ad abitare in un cimitero.
Dico sempre di no.

In effetti non ho paura.

Una sera, pero', ero a casa da sola e si alzo' improvvisamente un vento furioso: si mise a scuotere le cime degli alberi, a far traballare le grondaie a far svolazzare carte e recipienti abbandonati.

Ero a letto, sotto le coperte, soltanto il viso fuori, pronta ad abbandonarmi tra le braccia di Morfeo.
Mi ero scordata di chiudere le tende della finestra di fronte al letto.
La luce della luna era fioca e dalla finestra intravedevo la sagoma della cappella in fondo alla via, gli alberi, non le tombe.
Colta da una pigrizia indiscutibile lasciai le tende aperte e mi convinsi che la vista del paesaggio esterno non avrebbe turbato il mio sonno.

Il vento inizio' ad arrabbiarsi sempre di piu', a far tintinnare le cantene del cancello, a far tremare i vetri, la casa scricchiolava.

Per un attimo il vento spari' ed iniziarono a sentirsi i lamenti di tutte le anime, imploranti, sofferenti, arrabbiate, disperate.

Questo duro' trenta secondi.
Per altri trenta secondi mi chiesi se chiudere le tende sarebbe stata una mossa furba o sarei morta nel percorso di quei tre metri.
Accesi la luce e chiusi le tende di corsa, risaltando nel letto.

Mi rituffai tra le braccia di Morfeo e chissa' quali terribili sogni feci, fortunatamente al mattino non li ricordai.

Colpi di fortuna

Stavamo tornando dal viaggio di nozze la settimana scorsa, quando all'aereoporto di Napoli una hostess ci chiede: "Vorreste rimandare di alcune ore la vostra partenza? C'e' un overbooking sul volo che avete prenotato. Vi trasferiremo 250 euro a testa sul conto per la vostra gentile comprensione".
Dopo dieci secondi abbiamo risposto: "Certo, va bene".
Cosi' ce ne siamo andati a vedere Pompei e ci siamo ripresentati la sera.
Un colpo di fortuna.

Ci siamo fermati a dormire a Stansted e ci siamo riavviati verso casa il giorno successivo.

Tornati ad Oakham i custodi del cimitero in cui viviamo (si', abitiamo dentro ad un cimitero, proprio dentro) ci aspettavano al cancello.
"Che carini", ci siam detti, "ci vogliono salutare".

Invece, dal momento in cui nulla si crea e nulla si distrugge, al colpo di fortuna doveva seguire un secco colpo di sfiga.
"Vi hanno svaligiato la casa" ci dicono i custodi, "andate a vedere".

Siamo scesi dalla macchina increduli e mio marito mi ha ordinato di non entrare in casa assolutamente. "Caspita", mi son detta,"che controllo e quanta razionalita'! Pensa alle impronte digitali. Non vuole che tocchi nulla per non compromettere le prove."

Il novello sposo entra in garage in tutta fretta e penso: "Che c'entra il garage? Chissenefrega, ci sono solo dei rottami li' dentro!"

E mentre ero assorta nei miei ragionamenti, se ne esce trionfante dal garage con cinquanta rose rosse, mi prende in braccio, almeno cerca di farlo, non ho certo mangiato poco in vacanza, ed apre la porta di casa.
Come da copione.
Abbiamo controllato cosa avevano rubato dopo.
Non ce ne fregava nulla.

Questa e' una storiella schifosamente romantica, lo so, un po' troppo.
Ci sono paricolari non romantici che ho omesso volontariamente.
(L'entrata da film era un questione di scaramanzia o semplicemente il trionfo dell'amore?)
Perche' le cose sono come le vuoi vedere e io e mio marito le vediamo cosi', anche per questo ci siamo sposati.
Non potevamo fare altro, ci dovevamo sposare.
Volevo scrivere qualcosa sul senso matrimonio, ma non mi venivano le parole.

Cosi' doveva essere e basta, inutile cercare di razionalizzare.

Da «Il Profeta» Kalhil Gibran

Allora Almitra di nuovo parlo' e disse: Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e siate allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini:
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.

Thursday, July 15, 2010

La storia del carbone

Mio nonno naque nel Monferrato, in un paese di campagna, fu contadino per la maggior parte della sua vita.

Mio padre un giorno torno' da scuola e racconto' a mio nonno che il carbone proveniva dal legno.
Mio nonno non ci credette. E non ci credette mai.

Lui che aveva osservato la natura per tutta la sua vita non si spiegava come una cosa del genere potesse accadere.
La sua esperienza era il suo strumento di misurazione del mondo.
Il carbone era carbone.
Il legno era legno.
E lui era sempre allegro.

Storie di guerra



Mio nonno, che aveva la terza elementare, quando tornavo da scuola ogni tanto mi chiedeva:
"Ma tu che studi: questo Dio esiste o no?"

Poi mi raccontava sempre lo stesso episodio: quando era in guerra un giorno era andato a confessarsi. La sera stessa aveva visto il prete attendere il suo turno in coda con alcuni soldati.
La coda portava all'interno di un bordello improvvisato.
Da li' inizio' ad avere piu' dubbi. Dubbi sulla coerenza degli uomini, piu' che sull'esistenza di Dio.

A Messa ci andava ogni tanto per abitudine.

Wednesday, June 16, 2010

Corse dei lama interrotte

Domenica scorsa sono stata ad una specie di fiera-sagra, in un paese qui vicino, Melton Mowbray.
Dovevo assolutamente andarci dopo aver letto in giro che ci sarebbero state la corsa dei lama, dei cani pastore e qualche strana gara riguardante le pecore.

Purtroppo appena giunta alla festa sono stata assalita da tremendi crampi allo stomaco che mi hanno impedito di vedere le ridicole gare tanto sognate.

Me ne sono dovuta tornare a casa, mentre gli odori di hamburgher, caramello e frittelle mi correvano dietro per la strada minacciando una istantanea trasformazione della nausea in qualcosa di più concreto e disgustoso.

Gli stessi crampi non mi avevano fatto chiudere occhio la notte di alcuni giorni prima.

Ho pensato e ripensato a a quello che avevo ingerito in quei giorni, alla mia condizione psicologica, a come sto seduta, a come mi vesto. Ho collegato minuziosamente tutti gli avvenimenti e gli alimenti rilevanti delle ultime due settimane, mentre mi rotolavo nel letto. Finchè, proprio quando credevo di aver perso ogni speranza: un'illuminazione.

Tutti gli indizi si sono incastrati, il faccione di Poirot mi ha sorriso, dicendo: "Perhaps a qualcosa ti sono servite tutte le puntate che ti sei vista quest'inverno!".
Forse soltanto gli inglesi hanno gli enzimi per digerirlo.

Il colpevole è lui, l'uovo d'anatra.

Thursday, April 08, 2010

Pecore parlanti





Oggi è spuntato il sole, tutti sono impazziti e si sono riversati nelle vie a mangiar gelati.

Ho deciso di farmi un giro a Rutland Water, un lago qui vicino.

Sì, vicino. Exactly around the corner.
Dopo un'ora stavo ancora camminando.

Al ritorno una pecora mi ha fissato da un prato e mi ha detto: "Embè?". Non "Beee", il verso. Ha detto: "Embè?".
Aveva anche l'espressione interrogativa.

Credo di aver camminato troppo.

Wednesday, April 07, 2010

Maledetta primavera

Qui la primavera è in ritardo, ma la gente fa finta di niente e fa le cose che si fanno quando germogliano le piante e sbocciano i fiori.

Domenica ho fatto un giro ai giardini di Barnsdale, dove si possono ammirare le varie tipologie di orti e giardini.
Però non era ancora fiorito nulla.
Tutti giravano facendo finta che fosse normale leggere delle etichette piantate nel suolo, davanti ad aiuole vuote.
Gli inglesi fanno così.

Quando fa ancora freddo dicono i gradi Farenheit.
E si mettono maglie leggere e occhiali da sole.

Tuesday, March 30, 2010

...

Che cosa pensate sia avvenuto dei giovani e dei
vecchi?
E che cosa pensate sia avvenuto delle madri e dei
figli?

Vivono e stanno bene in qualche luogo,
Il più minuscolo germoglio ci dimostra che in realtà
non vi è morte,
E che se mai c'è stata conduceva alla vita, e non
aspetta il termine per arrestarla,
E che cessò nell'istante in cui la vita apparve.

Tutto continua e tutto si estende, niente si annienta,
E il morire è diverso da ciò che tutti suppongono, e
ben più fortunato.

W.Whitman

Monday, March 29, 2010

Muti e stranieri

Sabato scorso sono stata ad una cena-sorpresa di compleanno di un certo Nick, amico d'infanzia del mio fidanzato.
C'era anche la mamma del festeggiato, una signora rotonda e sempre sorridente, sordomuta dall'età di quattro anni, una di quelle persone che brillano di una luce speciale.
Nick ed alcuni parenti conoscono il linguaggio per non udenti, quindi hanno deciso di parlare anche a me con un paio di segni, tre parole e un labiale enfatizzato. Ho apprezzato lo sforzo.
La persona con la quale ho trascorso più tempo è stata proprio lei, la signora Pat.
E' rimasta sveglia fino alle quattro a bere gazzosa e poi al mattino si è sparata quattro ore di macchina, da sola, fino a Birmingham.

C'era anche una dodicenne, cicciottella, con un paio di scarpe tacco dieci, leggings e un top di pizzo senza maniche. Si è truccata tutta la sera controllandosi al suo mini specchio e non ha detto una parola. Il padre si sarà bevuto cinque birre a cena, mentre dopo, a casa del festeggiato si è presentato con una cassa da venti lattine e se l'è bevuta praticamente tutta.
C'era anche un diciannovenne in tenuta emo: incarnato pallido, camicia attillata scura, skinny jeans e capelli neri a schiaffo sugli occhi. Dice che deve ancora capire qual'è la sua strada, emo o goth.
Seduti un pò in disparte gli zii, la cui figlia è partita da poco per l'Afghanistan con l'esercito.
Erano tutti in maniche corte, ci saranno stati dieci gradi.
Io indossavo la canotta della salute, un top, un maglione, una giacca di velluto e fuori anche il cappotto.
Working class.


Ho notato che alcuni inglesi quando parlano con persone straniere, per farsi capire meglio, alzano la voce o ripetono la stessa parola dieci volte.

Vagli a spiegare che esistono i sinonimi.

Monday, March 22, 2010

These Days

I've been out walking
I don't do too much talking these days
These days -
These days I seem to think a lot
About the things that I forgot to do
And all the times I've had the chance to

I stopped my rambling
I don't do too much gambling these days
These days -
These days I seem to think about
How all the changes came about my way
And I wonder if I'll see another hide-a-way

I had a lover
I don't think I'll risk another these days
These days -
And if I seem to be afraid
To live the life that I have made in song
It's just that I've been losing so long

Then I'd stop my dreaming
I don't do too much scheming these days
These days -
These days I sit on corner stones
And count the time in quarter tones to ten
Please don't confront me with my failures
'Cos I have not forgotten them

Sunday, March 21, 2010

Borse aperte

Su "La Repubblica" di domenica scorsa, leggo una recensione di "The Paris Review",una raccolta di saggi, poesie e scritti, che sono stati pubblicati sulla rivista negli anni.
Una parte del libro e' dedicata alla tecnica dello scrivere, Del Giudice, il giornalista, riporta un suo pensiero a tal proposito:
"Un esempio lieve che e' sotto gli occhi di tutti e' quello della borsa di tante donne che frugano aprendo e richiudendoo cerniere, rovistando in tasche e scomparti, estraendo e scartando e riponendo e alla fine se ne escono con una monetina.
Sono sicuro che ognuno di loro ha la tentazione di rovesciare clamorosamente l'intero contenuto del su bagaglio variegato e multiforme; anche a loro deve balenare l'idea di mettere in vista ogni cosa e come viene viene, sapendo di indurre comunque in chi guarda, non solo lo stupore, ma anche una qualche forma rapida di commozione.
Cosi' pero' non fanno, non si fa."

Un esempio estremamente calzante.
Nello scrivere bisognerebbe aprire la borsa e lasciar cadere a terra il contenuto, lasciare il lettore stupito, immedesimato senza doverlo ammettere, scosso, commosso.

Il punto e' che, se ribalto e scrollo la mia borsa, rimane tutto magicamente incollato alle tasche, incastrato nelle cerniere, appiccicato insieme ad una vecchia gomma scivolata dalla scatola sul fondo, appiccicato agli angoli: cade sempre e soltanto uno stropicciato e svolazzante assorbente.
Uno di quelli con i consigli scritti sulla plastica: "Lo sapevi che durante il periodo mestruale sei piu' creativa?"
Volevo soltanto dire questo, e' imbarazzante.

Un paio di anni fa, ad una conferenza, una signora ha fatto scivolare inavvertitamente dalla borsa un salvaslip, proprio sulla porta, dopo un nanosecondo di tentennamento si e' seduta e l'ha abbandonato li'.
Il dibattito era piuttosto formale e l'oggetto imbarazzante sucito' reazioni diverse, dalle risatine, al fastidio, all'imbarazzo, alla finta noncuranza.
Nessuno lo raccolse, sarebbe stata una dichiarazione di colpevolezza per chi era arrivato dopo e non aveva potuto vedere la dinamica dell'evento, o per chi stava guardando da un'altra parte.
La signora se ne ando' prima della fine.

Le altre signore guardavano l'involucro di plastica rosa leggermente schifate, quasi a voler dimostrare che loro non ne avevano mai fatto uso.
Credo si debba stare attenti quando si apre la borsa, a meno che non si tratti di mentire lievemente, o di lanciare la bomba e scappare, o di fregarsene altemente edlle conseguenze, ma per quest'ultima opzione ci vuole un buon strato di pelliccia sullo stomaco, un casco e due coperte sulle spalle.

Friday, March 19, 2010

Un quadrifoglio nell'insalata



Questa mattina ho preso un treno per Stamford, senza immaginarmi come sarebbe stato.
Ho trovato un quadrifoglio nell'insalata che ho ordinato per pranzo insieme ad una Jacked Potato. Quando li cerchi nei prati non li trovi, poi, pensa un po', ti arrivano con il contorno. Sarà San Patrick che si manifesta nell'insalata.

Seduta in questo bar dello Stamford Theatre mi chiedo come funzioni questo posto, sembra piu' una casa che un teatro: con finta disinvoltura prendo dei volantini per capirci qualcosa.
Sul mio fianco una signora consuma avidamente una torta alle nocciole con in cima uno strato di panna, da lontano non si direbbe, ma porta una parrucca. Suo marito finisce la torta dopo di lei, tra le sue mani tozze e grasse il dolce sembra minuscolo.
Davanti a me madre e figlia, parlano poco, la ragazza fa girare un piattino, a disagio.

Questa mattina ho scelto una destinazione a caso, sono scesa dal treno e mi sono trovata nel mezzo di un agglomerato di case in pietra, come se anche la stazione fosse una casa, chissa' come mai l'hanno messa li'.
Dopo un paio di viette, mi sono trovata davanti un parco, attraversato da un fiume popolato da strani animali, direi oche colorate o anatre giganti, e sul prato le giostre, il luna park, lo stesso ovunque, che partiva da li' ed invadeva tutto il lungo fiume.
In cima ad una collinetta in lontananza, guglie di chiese. "La guerra non ha distrutto le case originali qui", recita un cartello.
Ci sono citta', come Coventry, che sono state cancellate dalla guerra, hanno perso la memoria dei luoghi, ed ora sono fastidiosamente moderne.

La vecchia All Saint Church in centro ti aspetta autorevole e solida e ti ordina di entrare, ti fissa finche' non la consideri, entri e ti siedi.
Sulla panca di legno sono stata assalita dai pensieri delle persone che sono state negli anni qui a pregare, dormire, riscaldarsi, un mormorio indefinito.
Certo, era la mia immaginazione, ci mancherebbe.
Donne con mariti malati, con famiglie numerose e felici, compagni ubriachi, senza lavoro, ereditiere e uomini senza casa, con mogli assenti, figli in guerra e prostitute e pensieri diversi da quelli che ci si aspetterebbe in chiesa, i dubbi dei preti.
Mi piace perdermi ed eplorare, scoprire che a un quarto d'ora da casa esistono posti cosi', mi piace.

Friday, February 12, 2010

Twin Peaks

Questo borgo medievale, secondo paese piu' popolato della regione meno abitata dell'Inghilterra, non e' certo un metropoli.
Mi sento un po' a Twin Peaks, una specie di Twin Peaks: togli gli abeti, metti un po' di pecore, spiana un po' di montagna e semina prati, togli le camice da boscaiolo e vesti le nonne di viola, gli studenti in cravatta e le ragazze con le gonne a quadri biache e nere, via i vestiti anni ottanta, metti Hug boots alle ragazze, leggings anche quelle che potrebbero evitare...va bene, non c'entra niente con Twin Peaks.
Intendevo l'atmosfera, va bhe', in realta' non hanno ucciso nessuna Laura Palmer, insomma mi piace pensarla cosi', tutto sommato abitare in un cimitero stimola la fantasia.
I ragazzi del negozio di kebab sono polacchi, non credo ci siano altri immigrati qui.
Mentre mi preparavano un panino, con la lentezza e la faccia di due che nello stanzino dietro si erano appena fumati un cespuglio di erbe, il piu' estroverso mi dice, in un inglese che finalmente e' peggiore del mio:
"Ci siamo trasferiti qui circa sei mesi fa, si sta bene, vai al pub a dopo un po' conosci tutti."
Dico: "Veramente?", dal momento in cui gli abitanti di Twin Peaks mi sembrano molto riservati.
Risponde: "Bhe', noi non ci siamo mai andati perche' a quell'ora lavoriamo, pero' si. Quando sono ubriachi vengono tutti da noi per un kebab."
Dico: "Ah, pensa."
Ci vogliono tre giorni per digerire il loro kebab.