Thursday, January 26, 2012

Orgoglio piemontese






"Diollatevi e Belbo erano entrambi di origine piemontese e dissertavano sovente su quella capacità, che hanno i piemontesi per bene, di ascoltarti con cortesia, di guardarti negli occhi, e di dire: "Lei dice?" in un tono che sembra di educato interesse ma che in che in verità ti fa sentire oggetto di profonda disapprovazione." (da pag.40 "Il pendolo di Focault" Umberto Eco)

"Belbo aveva un modo di stare al bar come se fosse di passaggio (lo abitava da almeno dieci anni). Interveniva sovente nelle conversazioni , al banco o a un tavolino, ma quasi sempre per lanciare una battuta che raggelava gli entusiasmi, di qualsiasi cosa si discorresse. Raggelava anche con un'altra tecnica, con una domanda. Qualcuno raccontava un fatto, coinvolgendo a fondo la compagnia, e Belbo guardava l'interlocutore con quei suoi occhi glauchi, sempre un po' distratti, tenendo il bicchiere all'altezza dell'anca, come se da tempo si fosse scordato di bere, e domandava: "Ma davvero è successo così?". Oppure: "Ma sul serio ha detto questo?" Non so cosa accadesse, ma chiunque a quel punto prendeva a dubitare del racconto, compreso il narratore. Doveva essere la sua cadenza piemontese che rendeva interrogative le sue   affermazioni e derisorie le sue interrogazioni. Era piemontese, in Belbo, quel modo di parlare senza guardare troppo negli occhi l'interlocutore, ma non come chi fa chi sfugga con lo sguardo. Lo sguardo di Belbo non si sottraeva al dialogo. Semplicemente muovendo, fissando improvvisamente convergenze di parallele a cui tu non avevi prestato attenzione, in un punto impreciso dello spazio, , ti faceva sentire come se tu, sino ad allora, avessi ottusamente fissato l'unico punto irrilevante.
Ma non era solo lo sguardo. Con un gesto, con una sola interpretazione, Belbo aveva il potere di collocarti altrove.  Voglio dire, poniamo che tu ti affannassi a dimostrare che Kant aveva davvero compiuto la rivoluzione copernicana della filosofia moderna e giocassi il tuo destino su quella affermazione. Belbo, seduto davanti a te, poteva d'un tratto guardarsi le mani, o fissarsi un ginocchio, o socchiudere le palpebre abbozzando un sorriso etrusco, o restare qualche secondo a bocca aperta, con gli occhi al soffitto, e poi, con un leggero balbettio: "Eh, certo che quel Kant..." O, se si impegnava più esplicitamente in un attentato all'intero sistema dell'idealismo trascendentale: "Mah. Avrà poi davvero voluto fare tutto quel casino..." Poi ti guardava con sollecitudine, come se tu, non lui, avessi turbato l'incanto, e ti incoraggiava: "Ma dica, dica. Perché certo lì sotto c'é... c'é qualcosa che....l'uomo aveva dell'ingegno."
Talora, quand'era al colmo dell'indignazione, reagiva scompostamente. Siccome la sola cosa che lo indignasse era la scompostezza altrui, la sua scompostezza di ritorno era tutta interiore, e regionale. Stringeva le labbra, volgeva prima gli occhi al cielo, poi piegava lo sguardo, e la testa, sinistra verso il basso, e diceva a mezza voce: "Ma gavte la nata." A chi non conoscesse quell'espressione piemontese, qualche volta spiegava: "Ma gavte la nata, levati il tappo. Si dice a chi sia enfiato di sé. Si suppone si regga in questa posizione posturalmente abnorme per la pressione di un tappo che porta infitto nel sedere. Se lo toglie, pfffffiiiisch, ritorna a condizione umana".
Questi suoi interventi avevano la capacità di farti percepire la vanità del tutto, e io ne ero affascinato. Ma ne traevo una lezione errata, perché li eleggevo a modello di supremo disprezzo per la banalità delle verità altrui. Solo ora, dopo che ho violato, con i segreti di Abulafia, anche l'animo di Belbo, so che quella che a me pareva disincanto, e che io stavo elevando a principio di vita, per lui era una forma della melanconia.
Quel suo depresso libertinismo intellettuale celava una disperata sete di assoluto."( da pag. 63-64  "Il pendolo di Focault" Umberto Eco)

Tuesday, January 24, 2012

Trasferirsi a Bugarach?

2012. Si apre l'anno del dragone.

Ieri un'anomala tempesta solare ha provocato inusuali fenomeni di aurora boreale al nord dell'Inghilterra.
Il 21 dicembre di quest'anno, secondo una serie di interpretazioni,  oserei dire molto free-style, di un'iscrizione su di un monumento Maya, dovrebbe avvenire un cambiamento spirituale radicale, un'invasione aliena, oppure molto piu' semplicemente la fine del mondo.
Sebbene confutata da studiosi della cultura Maya, astrofisici e matematici, la profezia ha ispirato un film, un episodio di X-files, dozzine di libri, influenza le vite di seguaci di dottrine New Age e chi piu' ne ha piu' ne metta.
Conseguenza di un tipico gioco di specchi e riflessi dei mezzi mediatici moderni,  primo fra tutti chiaramente internet, la fonte della rivelazione si disperde, si riproduce. Pare che i Maya sostenessero che ogni 5.000 anni un epocale trasformazione avvenga, non necessariamente tragica.

La parte migliore della profezia e' comunque quella che stabilisce che Bugarach, un piccolo villaggio a Sud della Francia, sara' l'unico luogo in cui ci si potra' trarre in salvo.
O meglio, il fulcro di energie misteriose che renderanno la zona immune alla catastrofe  sara' il monte Pech, ex vulcano: chi accenna che ci atterreranno o ci sono gia' atterrati gli alieni, chi afferma si tratti di un particolare fenomeno di magnetismo.
C'e' chi dice che li' si nasconda l'Arca dell'Alleanza, che la Nasa, pare persino i nazisti, vi abbiano condotto segrete ricerche. C'e' un filmato su U-tube che riproduce strani rumori provenienti dal monte.
Addirittura da qualche parte in rete qualcuno scrive: "Chi ha letto il Codice Da Vinci conoscera' il Codice di Sion, il monte Pech...".
E daje con questo Codice Da Vinci, pare tutto si colleghi a questo maledetto libro che ho sempre evitato di leggere per principio. Mi e' bastato il film.
Si dice che il paese sara' invaso.

L'altro giorno ho letto su Vanity Fair l'articolo di un certo Pietro Grossi, mi pare, che a Bugarach ci e' andato.
Scrive che gli abitanti sono meno di duecento, che ci sono due bed and breakfast, nessun bar e poche case, molte delle quali in vendita.
La sera pare un paese fantasma, di giorno quasi.
Di prenotazioni per dicembre 2012 o case acquistate da stranieri o da seguaci della profezia non se ne vedono.
Il potere della rete.



Impressionisti e miopia



Non e' che gli Impressionisti erano semplicemente dei pittori miopi che copiavano la realta' cosi' come la vedevano? (Senza nulla togliere all'eccezionale gruppo, anzi.)

Wednesday, December 21, 2011

Invasione dei biglietti di Natale

In terra anglosassone l'usanza vittoriana di mandarsi biglietti d'auguri per Natale e' radicata nella popolazione tanto quanto quella di fare arrostire un animale la domenica.
Ci sono negozi di biglietti di Natale, di auguri, di felicitazioni, di biglietti per ogni occasione, negozi che vendono soltanto biglietti. In Italia fallirebbero dopo una settimana.
I biglietti di Natale ricevuti si sistemano tutti semiaperti sul davanzale della finestra, in esposizione sul camino o da qualche altra parte, in giro per la casa.

Per seguire l'usanza mi sono ritrovata a dover scrivere e spedire una ventina di biglietti natalizi, non conoscendo molto i destinatari, chiedo all'English marito:
"Cosa scrivo?"
E lui:
"Scrivi:Tizio Caio e Sempronio, Merry Christmas and Happy New Year, firme alla fine."
Dico:
"Ho capito, non e' che dopo due anni che sono qui non so fare gli auguri in inglese, intendo, manco Dear prima dei nomi? Una cosa un po' piu' personalizzata? Non so, non li conosco bene, un riferimento che faccia semplicemente intendere che non li scriviamo in automatico."
Lui dice no, che cosi' va bene.
Va bene allora.
Le Christmas card sono come le cartoline "Saluti e Baci", sono come i messaggi dal cellulare che si inviano con l'opzione: "Invia a tutti",  pero' apparentemente quello che conta e' il numero.
Piu' biglietti di Natale si sfoggiamo, piu' si e' gente inserita, gente che conta, gente che ha relazioni, affetti, che gli altri tengono in considerazione per ottenere un nuovo lavoro, oppure semplicemente gente simpatica, gente che si nota, gente che esiste.



Thursday, December 01, 2011

Sparpagliamo i pensieri

A furia di star dietro all'organizzazione inglese, alla filosofia del pianificare in anticipo, del farti una lista delle cose da fare al mattino, mi sono accorta oggi che mi stava scivolando la poesia di mano.
Ci dev'essere qualcosa che spruzzano nell'aria e ricade con la pioggia e ti si ferma addosso. Non ti accorgi nemmeno di come inizi a pensare di dover comprare piu' storage boxes dell'Ikea per le scarpe ed i vestiti, per separare le cose nei cassetti ed in un baleno ti ritrovi a catalogare i pensieri e a bloccarne altri che non sono funzionali alla direzione che vuoi prendere.

Mi sono ripromessa di pensare meno al futuro, di lasciare almeno un paio di stanze in disordine, di invitare qualcuno a cena all'ultimo minuto senza aver nulla di particolare in frigo, di indossare la maglia al contrario e presentarmi in un albergo senza aver prenotato.

Non mi convinceranno ad impiegare piu' proficuamente il tempo speso a contemplare la gente per strada o    gli oggetti con il cervello svuotato, non ho intenzione di essere piu' attiva,  di analizzare gli eventi pensando a come guadagnare di piu'.

Che mi lascino stare.  Devo sparpagliare i pensieri.




Tuesday, November 01, 2011

Alejandro Jodorowsky, "La Danza della Realta'"






"Vi sono problemi che la conoscenza non risolve. Un giorno riusciremo a capire che la scienza e' soltanto una sorta di variazione della fantasia, una sua specialita' con tutti i vantaggi ed i pericoli che la specialita' comporta."
Il libro dell'Es, George Groddeck


"Ogni giorno tra l'una e le tre i miei genitori...venivano a casa per pranzo. Jaime si sedeva a capotavola davanti alla finestra .....Accanto a se', alla sua destra, faceva sedere mia sorella. A me assegnava sdegnosamente il lato sinistro, piu' lontano. All'estremita' opposta, lontano, sola sulla sua isola emozionale regnava mia madre, che mangiava sempre con le pupille rivolte al soffitto per esprimere quanto le facesse schifo il modo di magiare di mio padre, estremamente scomposto. Quel giorno, innervosito per l'accumulo di debiti, Jaime divorava il cibo che la nostra fedele domestica gli aveva servito insozzandosi le labbra e la camicia piu' del solito.  Tutt'a un tratto Sara emise un sordo gemito e mormoro': "Quest'uomo e' un porco, mi fa vomitare."
Alle spalle di mia madre, appeso al muro, c'era un quadro dipinto ad olio di un artista commerciale di infima categoria. Era il solito paesaggio della cordigliera, illuminato dalla luce rossastra di un tramonto. A lei piaceva perche' era stata sua madre a suggerirle di acquistarlo. Io e mia sorella lo trovavamo ridicolo. Jaime lo odiava perche' gli era costato un sacco di soldi. Udendo le inaspettate parole di Sara, io e Raquel eravamo ammutoliti per il terrore. Di solito in questi casi Jaime si alzava per tirarle un pugno in uno dei suoi due bellissimi occhi. Stavolta non fu cosi': l'uomo impallidi', sollevo' lentamente il piatto come il sacerdote solleva il calice e scaglio' le uova fritte sulla testa di mia madre. I due tuorli rimasero li' in mezzo al cielo, appiccicati come due soli. E, rivelazione, per la prima volta quel dipinto mi parve bello! Di colpo avevo scoperto il Surrealismo! Piu' tardi non ebbi nessun problema a comprendere la frase del Futurista Marinetti "La poesia e' azione".
Alejandro Jodorowsky La Danza della Realta'

Saturday, October 08, 2011

L'altro verso

Oggi piove storto.
Oggi piove perpendicolarmente alla linea della forza di gravita', per cui il semestrale lavoro di taglio e piega del mio parrucchiere e' stato cancellato. Non ho nemmeno avuto per un giorno la soddisfazione di portare in giro la chioma immaginandomi di essere particolarmente attraente.
Fossero questi i problemi.

Un giorno di inizio estate, trovai nel giardino del palazzo in cui abitano i miei genitori, una farfalla splendida, dai colori esotici: rosso acceso, gialla e nera. Era piu' grande e tonda delle farfalle che si vedevano di solito e le ali sembravano di velluto spesso. Stava immobile su una foglia.
La contemplai per un po': sembrava giunta da un altro pianeta, uno splendore inaspettato, diverso dalle solite formiche, grilli, farfalle.
Dopo un po' iniziai a pensare che potesse essere morta, non si muoveva di un millimetro.
Presi coraggio e con un bastoncino la sfiorai. Di colpo si riverso'.
Sotto le ali si scopri' un verme bitorzoluto, con una corazza scura e rigida simile a quella di uno scarafaggio. Si dimenava, lunghe antenne lucide puntavano verso di me.

Cosi' certe volte e' la vita, le stesse cose belle, se le rigiri, fanno schifo.

La vita non basta

La letteratura, come tutta l'arte, e' la confessione che la vita non basta.
Fernando Pessoa

Wednesday, October 05, 2011

Differenze culturali

La settimana scorsa una nota societa' di carte di credito che ci procura lavoro ci ha imposto un breve corso riguardante la gestione delle diverse tipologie di clienti. Il corso era per molti versi ripetitivo e relativamente utile,  ma era prevedibile, dal momento in cui il materiale era stato prodotto negli Stati Uniti, probabilmente per accertarsi che tutti lavorassero alla stessa maniera e che le linee guida fossero le stesse. Nulla di innovativo, soltanto il ripasso di alcuni concetti base.

Ad un certo punto veniva chiesto al gruppo di elencare alcune caratteristiche culturali degli abitanti dell'Europa latina, degli inglesi, dell'Est Europa e dei francesi e tedeschi che erano stranamente riuniti in una categoria.
Sono partita in quarta non appena mi e' stato chiesto di citare alcune caratteristiche culturali degli inglesi: rispetto per le code, organizzazione e pianificazione, senso dello humour, riservatezza, incapacita' di cucinare cibo sano, senso di superiorita', rispetto dello spazio privato, bisogno di alcol per divertirsi....
La lista mi si srotolava davanti e non riuscivo a fermarmi.
Essendo mio marito inglese ci si trova spesso davanti a differenze che ci fanno sorridere oppure incazzare, le differenze ci sono, anche se siamo tutti europei e tutti individui diversi, ci sono eccome!

Dopo alcuni secondi alzo la testa e mi accorgo che tre colleghi inglesi non avevano scritto nulla, un altro aveva riportato un paio di note in chiave spiritosa.
Una delle tre protesta dicendo che si tratta di un esercizio razzista e che non elenchera' le differenze culturali, innanzitutto si tratta di un esercizio banale (e qui le do' ragione), ma sopratutto perche' non esistono diversita' tra zone d'Europa, si tratta soltanto di pregiudizi. Un'altra si dichiara d'accordo, la terza credo pensasse ad altro.
La collega si lamenta anche  formalmente a fine corso con chi di dovere. Il giorno dopo la famosa societa' di carte di credito cambia tutti i testi, sostituendo gli esempi divisi per nazionalita' con tutti nomi inglesi a caso.
Siamo tutti uguali. Gia'.

Durante la stessa giornata sento un collega tedesco dietro a me che dice: "L'esperimento del Cern sara' sbagliato, sono coinvolti gli italiani, se i tempi li calcolano come quelli dei treni!". Un altro riporta: "Quello vuole tutto preciso, anche quanti metri ci sono dalla metropolitana al ristorante, e' giapponese!" "Perche' dobbiamo mettere tutti questi dati in un file exell non basta che siano registrati?"" L'ha impostato il tedesco, sai come sono, tutto nelle scatole.".

Una volta ho indicato una conoscente con l'indice per chiederle se voleva una birra e mi hanno detto che in Inghilterra e' considerato un gesto aggressivo. Volevo offrire una birra, bho'?
Differenze culturali, non esistono, gia', o forse esistono, ma non si puo' dire nulla o si vieni considerati razzisti.
E va bhe', domenica mi mangero' il solito roasted beef con horse radish sauce, o roasted pork con apple sauce o roasted lamb rigorosamente con mint sauce. Domenica in Italia? Uguale! Lasagne? Ma va la', non facciamo quelli che etichettano, tutta l'erba in un fascio, per favore!
Siamo nel Duemilaeundici!
...e fortunatamente se si viaggia si vedono ancora cibi diversi, colori diversi, benvenuti diversi, cerimoniali diversi, atteggiamenti diversi, e guai a chi li cambia, la globalizzazione lascia angoli di respiro, ma non diciamolo troppo forte.

Thursday, July 14, 2011

Boarding School

Vicino a casa mia c'è una enorme scuola elementare-media-superiore privata, una delle più rinomate d'Inghilterra.
A pensarci bene metà del centro del paese in cui vivo è la scuola di Oakham: l'edificio antico, la cappella, i dormitori e le classi, sparsi per le vie, la palestra, il refettorio, la piscina, il centro creativo, i campi da cricket, da calcio, da tennis, la pista per correre, il rugby e la sede centrale.
La scuola di Oakham prepara i ragazzi, le cui famiglie possono premettersi di pagare rette esorbitanti, per le migliori università e per i posti di lavoro più ambiti.
Le scuole private in Inghilterra si chiamano "Public School", soltanto per il principio che qui alcune cose vanno fatte al contrario, credo per confonderci le idee.

I ragazzi della scuola privata si distinguono dagli altri. Uno di loro l'anno scorso è stato portato all'inizio dell'anno in elicottero. Da Boots le ragazzine mettono nel cestino più creme idratanti di una cinquantenne in guerra con le rughe, mascara Dior e fondotinta Ives Saint Lauren. Da Costa Caffè bambini di dieci anni spendono quindici sterline per la merenda e pagano con carta di credito.
Già, da Costa caffè, perché qui un bar normale con il proprietario che ti fa il cappuccino al mattino mentre fai due chiacchiere non esiste. C'è Costa cafè, Starbucks o Cafè Nero, dove i baristi indossano maglie con su scritto: "The best coffee this side of MIlan". This side of MIlan? Ma cosa vuol dire?

Qui ad Oakham c'è solo Costa, i baristi sono ragazzi giovanissimi, part-time, cambiano spesso e cambiano anche i nomi dei caffè che a valutare dalle foto di Venezia e Firenze sul muro dovrebbero essere italiani. L'altro giorno ho chiesto un macchiato e la barista mi ha guardato stranita, poi mi dice: "Ho capito vuoi una Moka". Perchè un macchiato con una spruzzata di cioccolato amaro è una Moka.

Questi ragazzi della scuola di Oakham mi inquietano, mi inquietano i genitori che decidono di mandarli in collegio tutta la settimana.

Li vedo attraversare la strada per cambiare classe, con le loro impeccabili uniformi: i ragazzi in cravatta verde e completo nero, le ragazze con gonna lunga a quadri bianca e nera e giacca, tutti con camicie bianche inamidate. Quelli delle superiori sembrano molto più vecchi, con tutto il tempo che avranno per essere scomodi nella vita, non dovrebbero essere vestiti così formalmente a dieci anni. I più piccoli dovrebbero avere più tempo per giocare.

Al pomeriggio giocano, ma tutto è organizzato: giocano a tennis, a cricket, a pallanuoto.
Dovrebbero stare fuori a fare cose senza senso, ad inventarsi delle storie, a fare finta che uno è un pirata e uno una rock star. A far finta di fare i fruttivendoli, i cuochi con il fango, quelle robe lì.
Dimenticavo, per giocare a fare finta nel modo più appropriato, ci sono i corsi di teatro.
Nulla è lasciato al caso.

La metà di questi bambini, ragazzini, ragazzi, si fermano a dormire a scuola tutta la settimana e durante il weekend tornano dai loro genitori. Alcuni vedono i genitori soltanto tre o quattro volte all'anno perché sono lontani: in India, Cina, Sud Africa.

Alcuni sono così piccoli che se li vedesse una madre italiana qualunque chiamerebbe il telefono azzurro.

Qui funziona così, mi hanno detto che una volta era diverso, ti mandavano alla Boarding School a sei anni, eri costretto ad andarci e vedevi i genitori solo a Natale e se ti andava bene un'altra volta.
Ora pare che i bambini vengano accettati soltanto dopo un colloquio in cui dichiarano di voler andare a scuola lontano da mamma e papà. Una volta si andava una settimana in Wales in vacanza, adesso questi bambini inamidati se ne vanno alle Maldive.
Resta il fatto che non posso pensare a quale incubo possa essere stare in una Boarding School se in gruppo ti prendono di mira i compagni, a quante notti insonni ti possano fare passare.
C'è anche chi passerà gli anni più indimenticabili della propria vita, probabilmente la maggioranza.
Comunque questo metodo non mi convince.

Ho letto da qualche parte che c'è un disturbo, una specie di blocco emotivo, che gli psicologi catalogano come disturbo "Boarding School", ci sarà pure una ragione.

Tuesday, June 14, 2011

The Man Who Screwed Up

Senza dubbio The Economist è un settimanale autorevole ed una fonte affidabile di notizie di cronaca, economia, politica, affari e finanza.
Ho cercato di leggerlo più volte, ma dopo un paio di pagine la sonnolenza l'ha sempre avuta vinta.
Senza ombra di dubbio la rivista si rivolge ad un pubblico di lettori d'élite, influenti uomini d'affari e politici. Infatti, non a caso, non ne faccio parte.
Quando lavoravo al Gruppo Food a Milano acquistavamo da The Economist Group alcuni contenuti, per cui lo vedevo ogni settimana tra le altre riviste. Mi fissava.
Riuscivo a leggere soltanto un paio di articoli. Nel tempo libero sono tuttora più attratta da un quotidiano, da un buon libro o da un ammiccante numero di Vanity Fair.

Questa settimana ho comprato The Economist e mi sono letta tutto lo speciale.

Lo speciale si intitola: "The Man Who Screwed Up a Country" ed il man in questione é naturalmente Berlusconi.
"What do the following countries have in common: Madagascar, Bahamas, Kiribati, Togo, Brunei, Saint Kitts and Nevis, Central African republic, Haiti, Cote D'Îvoire, Liberia, Eritrea and Zimbabwue? Their Economies all performed worse then Italy's over the the past decade in terms of growth per person. This is not the sort of company that Italy is accustomed to keeping, but unless it can shake off its torpor it may have get used to such unflattering comparisons."
"Silvio Berlusconi has been the dominant figure in Italian politics for 17 years, more then a tenth of Italy;s life as a nation.
To attribute too much praise or blame to him for the state of Italy today is to exaggerate the power of one man, even a billionaire who has used his money to create a his own political party, reached the country's highest elected office and then used it to preserve his interests. If Italy is patient with some peculiar complaints, Mr Berlusconi is more the symptom then the cause. Still, to some extent, he has shaped the country in his image...."

Milleduecento metri

Oggi mi sono avventurata per la terza volta verso la palestra di Oakham, costruita da poco. Questa volta però ci sono pure entrata.

La prima volta, circa un mese fa, mi avviai verso il tempio del benessere non troppo convinta, spinta da una forza sconosciuta che non riuscì ad impossessarsi di me sino in fondo.
Seguii le indicazioni fornite da Richard, un signore di mezza età che viene a lezione di italiano da me tutti i giovedì, e mi trovai davanti ad una scuola, come mi aveva anticipato, ma non vidi nessuna palestra all'orizzonte. Ferma davanti a questa scuola d'acciaio e vetro, scintillante al sole, sigillata da porte scorrevoli, fui colta da un immotivato imbarazzo, non ebbi il coraggio di entrare per chiedere indicazioni per la palestra e tornai a casa. Lo presi come un segno del destino.

La seconda volta, dopo essermi fatta rispiegare dettagliatamente da Richard dove si trovava il cimitero delle tossine rispetto alla scuola, ci riprovai, dopo essermi convinta che se non l'avessi fatto mi sarei trasformata in un cumulo di adipe con due piedi, assuefatto alla dieta britannica. Mi trovai finalmente davanti alla palestra, entrai e chiesi informazioni.
Mi diedero un volantino che avevo già a casa, mi era arrivato per posta.

Oggi sono tornata. I miei piedi sono partiti convinti di andare a nuotare in piscina, mentre il cervello cercava di spiegare loro che l'acqua sarebbe stata certamente gelida e che forse non era la giornata adatta a nuotare per quel dolore alla base del collo che stava trasformandosi in mal di testa, non avevo nemmeno gli occhialini, avrei perso le lenti a contatto, ma i piedi non hanno voluto ascoltare e così mi sono trovata in piscina.

Ne avevo bisogno.
L'acqua solleva il corpo e l'anima, alleggerisce i contenuti dei corpi e dei cervelli.

Ho nuotato per un chilometro e duecento metri, in onore del tempo lontano in cui fui una persona sportiva.
Il tempo in cui probabilmente sportiva era l'unico aggettivo che sarebbe venuto in mente a chi avrebbe dovuto descrivermi.
Per una stagione intera arrivai sempre prima e seconda nei milleduecento metri su pista e campestri in provincia di Alessandria.
Arrivai più seconda che prima, ma ad una ragazzina di dodici, tredici anni, la provincia sembra un continente.

Mentre nuotavo per milleducento metri mi sono ricordata di come da ragazzina, da totalmente negata per il mezzofondo, diventai portata, la migliore del gruppo, diventai una che poteva anche non fermarsi mai, una che poteva continuare a correre senza stancarsi.

Mio padre mi aveva comprato in edicola un corso di memorizzazione, lettura veloce e autodisciplina. Mio padre comprava tutti i corsi esistenti dal giornalaio.
Dopo aver ascoltato una cassetta che faceva parte del corso, una sorta di training autogeno, una guida al rilassamento mentale, rimasi colpita e decisi di provare a ricreare lo stesso stato mentale mentre correvo.

Funzionò come una formula magica, gradualmente non mi stancai più, mi venne voglia di vincere e chiaramente, semplicemente come per tutte le cose che non sembrano semplici ma lo sono, iniziai a vincere.

Per questo oggi ho nuotato esattamente milleduecento metri, per ricordarmi di quanto basta avere le idee chiare e seguirle.
Per cercare di seguire ancora queste semplici verità che la letteratura, i film, i corsi e i manuali New Age degli anni '90 hanno fatto diventare ridicole.

Sunday, May 08, 2011

Rumori non identificati




La notte scorsa io e consorte siamo andati a letto verso mezzanotte.
Dopo aver spento la luce, il nostro abbandono tra le braccia del buon Orfeo e' stato interrotto da uno strano rumore.
Ci siamo guardati con aria stupita nella semi oscurita’: un suono non immediatamente localizzabile si stava ripetendo ad intervalli irregolari.
Sul tetto? In soffitta? Fuori dalla porta?
Un’ora dopo eravamo seduti sul letto e ci guardavamo intorno straniti.
Il rumore continuava ed era quello di una persona o un animale che trascina una coperta o uno zerbino.
Il gatto dormiva nella cuccia.
Dopo un paio d’ore abbiamo fatto scattare l’allarme un paio di volte per spaventare l’eventuale creatura.
Richard si e’ avventurato fuori dalla porta in pigiama con coltello. Nessuno in vista.
Il rumore continuava.
Abbiamo deciso, per dormire in pace, di accettare la teoria degli uccelli che stavano nidificando sul tetto, pur sapendo che non si trattava di quello.
Ad un certo punto abbiamo entrambi pensato a qualcosa di strano, non crediamo nell’esistenza di sinistri fenomeni paranormali, tanto meno ai fantasmi, ma abitiamo pur sempre in un cimitero e, dopo aver escluso tutte le possibili ragioni razionali, abbiamo entrambi rivolto il pensiero ai resti umani la' fuori, ma non abbiamo detto nulla.
Alle sei e mezza la mia sveglia ha suonato, il rumore non se n’era andato.
Sono andata a lavoro ed al ritorno ho trovato alcune tegole del tetto davanti alla porta, lasciate probabilmente dal postino.
Erano quindi il rumore delle tegole che strisciavano lentamente giu' dal tetto, spinte dal vento.
Possiamo veramente esserne sicuri?

Thursday, February 10, 2011

OCD

L'altro giorno lodavo la mia collega per la sua ottima memoria.
Mi ha confessato che mangia fish pie o bastocini di pesce a pranzo, da tre anni, tutti i giorni.
Tutti i giorni.
Certe abitudini hanno il sapore rassicurante della pazzia. Sono rimasta inquietata.
In seguito ho pensato che: poso sempre la borsa per terra con la parte finale della zippo nella stessa direzione, sopratutto in macchina, ci sono alcuni gesti e pensieri che devo ripetere due o tre volte a seconda dello scopo che voglio raggiungere.
In ultima analisi, ho terminato una breve relazione con un ragazzo alcuni anni fa perchè mi sono semplicemente convinta che se avessi continuato a frequentarlo sarei morta.
Bisognerebbe liberarsi di questa paura di morire. Adesso che l'ho scritto mi sento molto più libera. Credo che non ripeterò più le cose tre volte. Per la zippo non sono ancora pronta. La terapia del blog funziona.

Saturday, January 15, 2011

Lo sci

Mi son ritrovata su una seggiovia con degli sci ai piedi e mi sono resa conto a meta' percorso che non sarei stata nemmeno in grado di scendere senza farmi del male.
E' stato un momento stupendo, ero la protagonista di un film dell'orrore.
Lo sci non far per me, sono una donna pacifica.
Mi dicono: "Perche' no?"
La risposta e': "Perche' si? Perche' non un Vin Brulee' e un po' di sole seduta su un comodo letiino senza pericoli?

Sunday, January 02, 2011

Sonnambula


In queste gelide mattine addormentate scivolo tra il letto e l'ufficio, senza accorgermi del resto, tra le due cose una sonnambula.
Il viaggio in treno lento e silenzioso, nessuno guarda gli altri passeggeri, qualcuno sussurra, vietato parlare.
Mangio mandarini e bevo te' con latte, leggo libri e quotidiani protetta dallo scorrere del tempo, mi dimentico di guardare fuori dal finestrino.

Non vivo il presente, ma si sa, tanto e' impossibile.
Nel cercare di vivere la giornata, si scivola nelle ore, se si cercano di vivere le ore, le aspirano i minuti, fino a che tutto viene risucchiato in qualcosa di inconsiderabile, incontabile, mentre cerchiamo dividerlo.
Il tutto ci grida un significato incomprensibile.
Guardo fuori e c'e' neve, sui prati sugli alberi, persino sulle pecore, accecante bianco.
Neve che rinnova il mondo dopo averlo abbracciato.
Fuori e' ancora un po' scuro, arriva svelta una striscia di terra marrone, crepa che si apre nel paesaggio candido e li' si ammassano pecore, guardano tutte nella stessa direzione, verso il treno. Guardano il vuoto per imitazione. O guardano noi?

Non sara' possibile vivere il presente, ma si sente il tempo che esiste, che scorre. Quando scorre piu' velocemente provoca inaspettate fitte di dolore. Dolore o piacere?

Un grande cuore che pulsa.

E se non puoi la vita che desideri....

" E se non puoi la vita che desideri, cerca almeno di non sciuparla portandola in giro, nel quotidiano gioco balordo degli incontri e degli iniviti, fino a farne una stucchevole estranea."
Nazim Hikmet

Saturday, January 01, 2011

Oroscopo 2011



Primo giorno dell'anno nuovo.
2011 e' un numero che spezza, non scorre, la parola Duemilaeundici si pronuncia con un certo sforzo, se si va di fretta senza pensare mentre la si dice, la lingua quasi si attorciglia.
Mi sento un po' Paolo Fox, dotata di una certa preveggenza, mi sento di poter rivelare con una certa sicurezza data dal sesto senso (buon senso?) quello che accadra' nel 2011 sperando di fare la cosa giusta.
Spero di non influenzare le vite ed i destini delle persone rivelando quello che all'alba del primo giorno dell'anno cristallino ho visto inciso nel cielo. Ecco.
Per tutti i segni sara' un anno in cui con la perseveranza e le idee chiare sara' possibile vedere i propri sogni realizzarsi, ma bastera' un po' di pigrizia e qualche dubbio per vedere i propri sogni svanire.
Nei mesi freddi tutti i segni che non si copriranno avranno problemi di raffreddore.
Tutti i segni nell'estate saranno piu' spensierati e qualche segno single avra' delle avventure in riva al mare.
Certi segni stufi del rapporto di coppia, in cerca di nuovi spunti, si rifugeranno nel mondo della pornografia.
Tutti i segni dovrebbero fare un po' di sport, basterebbe una camminata al giorno, mangiare sano.
I segni in pensione avranno molto tempo libero, ma parecchi acciacchi.
Buon 2011.

Wednesday, December 08, 2010

L'autista espansivo

Sono passati tre mesi da quando mi sono sposata, dieci da quando mi sono trasferita, sono tre mesi che non vedo l'Italia.
Seduta sul treno Milano Porta Genova-Alessandria osservo le persone, le strade fuori, il bagno del treno, sento due amici che chiaccherano, una signora al telefono, suoni nuovi e suoni antichi mescolati. Mi sento come quando dopo un mese abbondante di vacanza si torna a casa e gli spazi vissuti per anni al primo sguardo ci sembrano sconosciuti, relativi, quasi ostili.
Oggi seziono tutto quello che mi circonda e lo rivedo nella relativita' dei nostri piccoli mondi.
Vedo problemi che sono idiozie e sorrisi che nascondono tragedie.
All'areoporto di Bergamo stavo fumando una sigaretta in attesa della partenza dello shuttle Orio-Milano Centrale, la valigia al mio fianco.
"A che ora parte?" chiedo all'autista che sta vendendo i biglietti.
"A quarantacinque" dice.
"Allora posso finire la sigaretta"
Il bagagliaio dell'autobus era carico di valigie impilate e non mi pareva gentile buttare il mio trolley enorme con la mano libera sulle altre valigie, rischiando di schiacciare souvenir, prodotti cosmetici o asciugacapelli altrui.
"Posso metterla sopra alle altre?" chiedo al conducente, con il quale normalmente e' vietato parlare, ma quando vende i biglietti si puo'.
"Certo" risponde "te la metto io".
"Scusa" dico io "non volevo usare la domanda come infima scusa per farmi aiutare, stavo finendo la sigaretta, l'avrei fatto io"!"
"Se poi vogliamo andare nell'intimo a me va bene" dice il signore dalla carnagione scura e dallo sguardo bovino.
"No, dicevo "scusa infima" non intima" lo interrompo.
"Ah! E vabbe', infimo, intimo, chissenefrega bisogna pur scherzare no? Son calabrese, mi piace scherzare"
"Certo, se non si scherza"
"Miiinchia", si scalda "qui non scherza nessuno, son venuto a Milano sei mesi fa. A quello che abita di fronte nel palazzo gli faccio: "Buongiorno", niente. Adesso non lo saluto piu'. Da noi c'e' il senso della famiglia."
Dice che deve rimanere a Milano per una causa grave e che se potesse tornerebbe a Tropea. Dice che la nebbia gli mette tristezza. Dice.

Sunday, November 14, 2010

Remo controcorrente

Ieri mattina il vento mi spingeva indietro, mi graffiava le guance con noncuranza, mi invitava a tornarmene a casa con folate intermmitenti ed insistenti, quasi a ricordarmi che in questo paese sono un ospite esageratamente ben accolto e forse il lavoro dovrei lasciarlo a qualcun'altro.
A prescidedere dal valore metaforico, stiamo parlando di una situazione reale, la signorina delle previsioni l'aveva annunciato la sera precedente, una bufera di vento avrebbe strapazzato i dintorni, spettinato gli alberi, sbucciato i tetti.
Come immigrante in terra straniera con manie di protagonismo mi sono accorta soltanto dopo un paio d'ore di averla presa in maniera un po' troppo personale.
Dopo essermi rifugiata in un caffe' ed aver rivolto un pensiero agli islandesi che vendono pesce surgelato all'aperto senza bisogno di freezer, mi sono messa il cuore in pace e me ne sono andata a lavoro, dove, come ogni giorno, ho capito il settanta per cento di quello che mi dicevano i clienti, per il resto lascio spazio all'intuizione. O fantasia.