Friday, March 18, 2016

Ode al Business



Sono in quella fase della vita in cui se non si è artisti di mestiere, ricchi di famiglia o soddisfatti di aver nulla, si deve accantonare l'arte, se occupa troppo il cervello.
Si deve accantonare la fantasia, la poesia.
Ho quasi quarant'anni ed un figlio di due, devo costruire qualcosa per il futuro.
Dicono che tra i quaranta ed i cinquant'anni ci si sente di dover costruire qualcosa dal punto di vista professionale, si ha questa sensazione del "adesso o mai più'". Vero.

Sono diventata socia di un azienda di illuminazione, una start up italiana con sede in Inghilterra, una grande occasione.
E sono molto entusiasta.
Soltanto devo accantonare la letteratura e leggere odi al business.

Già ho iniziato a leggere un manuale sul crowdfunding su Kickstarter ed uno di crescita personale.
Dopo aver letto l'ultima pagina di "Perle ai Porci" di Kurt Vonnegut.
Peccato non avere sei vite.
Con un figlio piccolo devo fare delle scelte, posso soltanto leggere prima di andare a letto. Sopratutto voglio dedicargli molto tempo, cresce troppo in fretta.

Recupererò.
Speriamo nel frattempo di non inaridirmi.
Culturalmente intendo, il pupo a livello emotivo-energetico mi annaffia ogni giorno, molto più della letteratura.
Vi tengo informati.

Monday, March 07, 2016

Successo e squilibrio



Ho un amico che lavora nella City a Londra, guadagna montagne di denaro e nuota nel potere, mangia pillole contro la gastrite come caramelle e incontra le persone che muovono capitali e cambiano la storia.
Questo amico mi spiegava che tipo di persone cercano di aggiungere alla loro squadra e cosa chiedono ai candidati ai colloqui.
Mi aspettavo di sentirmi descrivere laureati in matematica ed economia, con anche un paio di lauree e vari master, formati dalle più prestigiose università del mondo, già benestanti di famiglia.
Non è questo il caso. Magari anche questo, ma non si tratta delle caratteristiche determinanti.
Quelli corrispondenti al profilo che ci immaginiamo hanno dimostrato in passato di non essere in grado di raggiugnere il successo.

Loro cercano gente che ha dovuto lottare, che è stata calpestata, schiacciata, gente che vuole una rivincita.
Cercano di capire se il candidato è stato vittima di bullismo, è stato vittima di uno sconvolgente rovescio economico, di una discesa sociale familiare o semplicemente è stato un po' sfigato durante l'adolescenza.
"Quindi se uno è equilibrato non viene preso? L'essere in pace con sé stessi è una caratteristica negativa?"
Risposta positiva.

Quindi non sentiamoci dei falliti quando non siamo stati presi per un lavoro importante.
La risposta potrebbe essere: "Sei troppo equilibrato per questo lavoro".



Saturday, January 16, 2016

Inghilterra, che noia o che benedizione? Terra di misurazioni, valutazioni, pianificazioni.



Qui in Inghilterra le cose funzionano meglio.
Si sa.
Lo dicono tutti.
Sopratutto gli italiani.

In effetti l'organizzazione, il lavoro di squadra e la pianificazione sono alla base della società britannica.
La differenza fondamentale tra noi latini e gli anglosassoni è che per loro l'ordine, la pianificazione e l'organizzazione sono, non solo fondamentali, ma addirittura divertenti.
Per noi mediterranei invece sono sinonimo di pedanteria, mancanza di creatività, noia.
E non amiamo condividere le nostre idee, trasferire la nostra creatività ad un gruppo di lavoro, in fondo perché temiamo sempre di essere "fregati", che gli altri si prendano il merito.

L'esempio di efficenza più vicino che ho: mio marito, inglese, quando ha del tempo libero inizia a fare degli elenchi di lavoretti i da fare, cose da acquistare e propone di organizzare in sincronia i nostri diari. Peccato che io il diario, da quando non lavoro a tempo pieno, lo tengo in testa. E ammettiamolo, non funziona molto.

Nelle aziende e nelle scuole questa filosofia di pensiero si ritrova nel costante impiego di mezzi di misurazione del lavoro e del valore delle persone.
La cosiddetta meritocrazia risolleverebbe il morale delle molteplici persone frustrate in Italia, terra del nepotismo e del bullismo aziendale.
Meglio così che da noi, assolutamente. Se stiamo a vedere i risultati.
Se invece analizziamo lo stile di vita, in tal caso, questa perenne esigenza di pianificare a lungo termine ed anche a breve, dalle vacanze alla spesa, causa una cronica mancanza di capacità di godersi l'attimo.

Tornando alla meritocrazia ed alla misurazione dei risultati, ho notato che qui ognuno accetta la misurazione assegnata e raramente mette in discussione il metodo.
Anzi, si tende a pensare di "essere" quella valutazione.
All'origine di quel metodo di valutazione c'è chi l'ha creato.
Nel caso del mo ultimo lavoro arrivò un nuovo direttore che stravolse completamente un metodo di misurazione del nostro lavoro, con tanto di marketing interno aziendale, merchandising, concorsie e riunioni infinite, al fine semplicemente di dimostrare di aver migliorato l'azienda ed i risultati, metterlo sul curriculum e cambiare lavoro.
Il nostro lavoro non era cambiato, solo il metodo di valutazione.

Ci sono metodi di misurazione dell'intelligenza delle persone universalmente accettati che sono pericolosi se presi in considerazione troppo seriamente.
Intendo per esempio l'IQ.
Conosco un ragazzo con un IQ da genio, che comportamentalmente sfiora l'autismo.

Torniamo a prendere come cavia il mio amato marito.
Sta frequentando l'università per una master e l'altra sera mi diceva che secondo lui io avrei addirittura meno difficoltà di lui a seguire e preparare le tesine.
Pur non ritenendomi stupida, gli spiegavo che non ci capirei nulla di alcuni meccanismi aziendali.
"Forse come IQ io ti batterei, ma come EQ e SQ tu mi supereresti alla stragrande."

Ora, sapevo dell'EQ, ovvero quoziente emozionale, ma SQ?
SQ, temiamoci forte, è il quoziente spirituale.
Soltanto in un'era di delirio di illuminismo, scienza e razionalità, la misurazione della spiritualità può esistere.
Non dico di tornare alla stregoneria, ma ricordiamoci che le misurazioni e le valutazioni funzionano, ma non facciamone una nuova religione.
Sopratutto non ci facciamo distruggere e condizionare da un voto, da un bonus non ottenuto, da una valutazione bassa.
Usiamole come stimoli e come un gioco.

Ora vado online a cercare come misurarmi l'SQ.



Thursday, December 17, 2015

L'arte della lamentela



Mentre nuotavo, questa mattina, mi partivano come starnuti lettere e monologhi di lamentele.

Una bracciata.
"Gentile Bethany, grazie della email. Dopo il nostro incontro al volo, che non era stato pianificato, mi aspettavo di ricevere delle informazioni extra via email, non soltanto il riassunto di quello che ci siamo dette. Io e Richard, sopratutto mio marito, avevamo il desiderio di organizzare un pranzo al club dopo il battesimo, da quando ho ricevuto la sua email ho cambiato idea. Probabilmente a causa della sua email non avete soltanto perso dei clienti per un evento, ma anche due membri del club. Le spiego brevemente il perché..."
Dorso.
"Caro socio, dopo avere sollecitato la cosa diverse volte, ora inizio a spazientirmi. Quando prenoti questo benedetto volo? Come posso fidarmi delle tempistiche che mi dai sulle consegne quando tu non sei riuscito ancora a venire per fare un paio di firme?..."
Respiro.
"Caro dentista perché continui a fissarmi appuntamenti per controlli a 30 sterline? Se voglio un controllo ti chiamo io."
Bracciata.
"Cara mamma del parco, la tua povera bambina dici che è confusa, perché non è abituata a sentire due lingue e mi guardi con quella faccia da pesce lesso. Quando ti sveglierai ed uscirai da quell'involucro di mediocrità che ti avvolge e ti soffoca? Mai? Me lo aspettavo."
Stile.
"Gentile signora del negozio di scarpe del mio paese, avrei voluto compare un articolo da lei, anziché
andare su internet o in una città più grande, ma mi è parso di capire che le piace atteggiarsi a snob e
che non ha bisogno di vendere scarpe a nessuno, tantomeno di mettersi a cercare se ha dei numeri diversi in magazzino. Inoltre ha voluto precisare che le scarpe migliori per bambini sono tedesche e non italiane. Ecco, allora se le tenga strette. Non mi vedrà mai più."
Bracciata.
"Cosa intende esattamente quando mi dice che per politica aziendale non accettate queste telefonate? I fornitori non li cambiate mai? È questa la vostra strategia?..."
Pausa.
Tra l'altro sono una pessima nuotatrice.

Quando mi sveglio male, il metodo migliore per tornare in equilibrio è quello di fare attività fisica e di mandare lamentele scritte fittiziamente mentre con il corpo mi affatico, il che mi ricorda Moses, protagonista di "Herzog", di Saul Bellow. Personaggio meraviglioso.
Me lo ricorda, ma non mi paragono nemmeno lontanamente, sia ben chiaro.
Le lamentele di Herzog sono sublimi, le mie sono...lamentele.

Moses è un epistolomane che della lamentela scritta fa un'arte.
"Io vado alla ricerca della verità con il linguaggio. Forse vorrei cambiarla tutta con il linguaggio..." "Si vede che sto cercando di mantenere in vita quelle tensioni senza le quali gli esseri umani non si chiamano più umani. Se non soffrono, significa che mi sono scappati di mano. E io ho riempito il mondo di lettere per evitare la loro fuga."
Moses scrive a destra e a manca, dapprima scrive missive alla ex moglie, poi passa al suo amante, poi a parenti ed amici, infine ai giornali e a grandi figure del presente e del passato, così cerca di risolvere il suo dramma esistenziale.
"Cara mamma, sul perché non sia venuto a visitare la tua tomba per tanto tempo...Caro dottor Edvig, il fatto è che anche la pazzia mi è stata negata...Gentile signor presidente degli Stati Uniti, queste assurde norme per la denuncia fiscale ci faranno diventare un popolo di ragionieri. La vita di ogni
cittadino sta diventando un problema contabile...caro doktor professor Heidgger, vorrei sapere cosa
intende con "caduta nel quotidiano"...."


Friday, November 27, 2015

Il Rumore Bianco di Facebook



Un sondaggio elenca quali sono le tipologie di commenti più fastidiosi su Facebook. Quei commenti che ti fanno venire voglia di togliere l'amicizia alla gente o quantomeno di "nascondere" tutto quello che scrivono.

Le categorie citate pressappoco sono queste, aggiungo in coda un paio di altri gruppi di commentatori:

- I lamentoni. In testa ci sono quelli che si lamentano del tempo, della politica, dei vicini, del lavoro, della loro città, di quelli che postano certe cose sui social e di come va il mondo. Spesso sono anche nostalgici, ma poco poetici.
- Quelli che riportano la perdita di peso. Particolarmente fastidiosi sono quelli che ripetutamente scrivono della loro dieta, che vogliono informare tutti di quanti chili hanno perso. Credo sia una pratica particolarmente anglosassone, in particolare si tratta di quelli che seguono il programma di "slimming world".
- Gli sportivi. Che si dividono in due sottocategorie: i palestrati e i maratoneti. I palestrati postano foto degli esercizi e selfie tra i pesi, oppure semplicemente ci tengono aggiornati su quante volte vanno al loro tempio del corpo e su che tipo di colazione hanno fatto. I maratoneti, spesso intorno ai quaranta, lo diventano per superare la crisi di mezza età. Ci aggiornano sulla città in cui sono, ma anziché postare foto del luogo, ci mostrano soltanto i loro corpi affaticati avvolti in tutine lucide, le loro espressioni di sofferenza ed il loro sudore, simbolo di un corpo che funziona ancora, che sfida la morte.
- Le neo mamme. Non avevo dubbi, ci sono dentro fino al collo: sono fastidiosa. Pure io posto foto del mio pupo e dei suoi progressi. Un paio di foto fanno piacere, ma quando si iniziano a postare quelle foto che per gli altri sono tutte uguali oppure a documentare ogni singolo progresso, dal gattonare all'uso del cucchiao, ecco si diventa fastidiosi.
- Quelli che fingendo di lamentarsi ci ricordano quanto sono più fortunati di noi. Esempio: "Non ho assolutamente voglia di fare le valigie! Domani New York."

Aggiungo:
- Quelli che postano foto di gatti o cuccioli di animali. Continuamente.
- Quelli che scrivono dei maltrattamenti degli animali e che ciclicamente ripetono che i quattro zampe sono migliori dell'uomo.
- Quelli che postano di inverosimili teorie complottiste. Dalle torri gemelle, allo sbarco sulla luna, per loro siamo in un Truman Show, tutti mentono. Sintomi iniziali di chi soffre di manie di persecuzione. Quasi sempre si tratta di consumatori di cannabis.
- La classica foto dei piedi con sfondo mare o di un portafortuna, amuleto o semplicemente un oggetto casuale  che viene posizionato per personalizzare luoghi che altrimenti sarebbero già visti (tipo Torre di Pisa) o panorami generici.

Ecco, queste sono le categorie più fastidiose.
Le altre categorie non sono piacevoli, sono soltanto meno fastidiose.

Cosa leggiamo volentieri quindi su Facebook?
A quanto pare quasi nulla. O meglio leggiamo tutto, per poi lamentarci di quanto sia inutile, irritante o semplicemente noioso quello che scrive la gente.

Un pò come quando si trovano certi amici e conoscenti.
I più apprezzati sono quelli che ti conoscono, che ti ascoltano e che quindi ti danni un consiglio mirato o ti raccontano di un episodio che in quel momento della tua vita potrebbe essere particolarmente significativo.

Il punto è: nessuno ascolta su Facebook. Tutti vogliono essere ascoltati.
Infatti il momento più apprezzato è quello in cui qualcuno commenta quello che abbiamo scritto.
Unica forma possibile di ascolto attivo.

Tutto il resto è rumore di sottofondo.
Una nuova forma di rumore bianco, non monocorde, ma bianco.





Wednesday, November 11, 2015

Piacere misofonia, lieta di averti scoperta.



Sono estatica.

La mia nevrosi ha un nome, una spiegazione e pare addirittura che sia connessa ad una spiccata creatività.
Quindi non sono l'unica a soffrirne.
Potremmo trovarci in un gruppo e discuterne.
Come gli alcolisti anonimi.
Organizzare un gruppo su Facebook, fare terapia, andare in vacanza insieme.
Va bene, non ci allarghiamo.

Comunque non sono sola.
Mi sento meglio.

La misofonia, patologia raramente diagnosticata, è un ipersensibilità ad alcuni rumori, in particolare si tratta di un fastidio che le persone affette provano quando sentono qualcuno che mastica o beve rumorosamente.
Si manifesta tra l'infanzia e l'adolescenza nel 91% dei casi. Addirittura pare sia ereditario.

Ciliegina sulla torta: le persone affette da misofonia sottoposte ad un test sulla creatività hanno ottenuto punteggi più alti.

Interessante e totalmente combaciante con la mia nevrosi il fatto che il paziente non si adira mai se a produrre il rumore è un bimbo o un animale. Il che mi rende anche umanamente accettabile.
Addirittura ipersensibile.

Mi sono spesso sentita in colpa per aver trasformato in un inferno l'esperienza masticatoria di alcune delle persone a me più vicine e care.
Dall'adolescenza certi rumori, rigurgiti, vagiti, sbrodolamenti e versi risucchianti, uniti al tirar su con il naso d'inverno, mi hanno perforato il cervello, martellato lo stomaco, fatto immaginare di commettere crimini inimmaginabili ed irripetibili, che prendevano atto nel mio cervello come palliativo per contenere quella che potrei soltanto descrivere come incombente pazzia.

Oppure potevo adottare il rimedio migliore, ma non sempre accettato dal masticatore: l'imitazione.

E cosa leggo nell'articolo sulla misoginia?
Che l'unico modo di alleviare il fastidio penetrante per gli affetti dalla nevrosi sia quello di imitare il suono.

La riproduzione del verso per me è sempre stata la soluzione migliore e più veloce, se nella stanza si trova una televisione o è in corso una accesa conversazione gioisco perché posso riprodurre il suono incrementando il volume.
Un momento catartico.






Wednesday, September 23, 2015

Accento italiano

Potrei vivere in Inghilterra per altri cinque, dieci, venti anni, un dettaglio resterà comunque inalterato: l'accento italiano.
Tutto nacque il giorno in cui notai che tutti gli italiani che cercavano di imparare la lingua inglese imitandone l'accento suonavano ridicoli e pretenziosi. Sopratutto se si trattava di principianti.
Decisi di non voler divenire oggetto di scherno.
Avrei imparato i vocaboli e la pronuncia della lingua, ma avrei mantenuto l'accento italiano.

Anni dopo diverse vacanze studio in territorio anglosassone mi portarono a rinforzare la decisione.
Gli abitanti del luogo, sopratutto di sesso maschile, adoravano l'accento italiano: un successone.

Eccomi qui, vent'anni dopo.
Residente in terra d'Albione da cinque anni e giornalmente sottoposta a domande sulla mia provenienza non appena apro bocca.

Soltanto che quando parlo velocemente l'accento è così pronunciato che a volte gli autoctoni mi chiedono di ripetere le parole in inglese. 
Parlo velocemente perché penso sempre di annoiare la gente.
Inoltre, come in italiano, non finisco le parole e le frasi.

Recentemente ho avuto una rivelazione: si trattava di una mia paranoia. 
Gli inglesi ripetono le stesse cose all'infinito, sopratutto dopo un paio di bicchieri, e le parole che mi escono di bocca sono, se non interessanti, per lo meno divertenti.

Ecco, il segreto sta nel rallentare quando parlo, nel pesare ogni parola, respirare per bene.
Niente a che fare con l'accento.
E poi mi sembra di perdere un pezzo di identità.

Quindi non mi smuovo, mi tengo l'accento.



Tuesday, September 22, 2015

"Ho portato sulle spalle mio padre", Armando Minuz


 


"Ho portato sulle spalle mio padre" è un'opera di Armando Minuz, un mio ex collega.
     Conoscendolo un poco mi aspettavo un romanzo coinvolgente, astuto, ben scritto e minuziosamente architettato. Si è rivelato meglio di quello che mi ero prefigurata.

     Una storia che esplora il rapporto tra padre e figlio. Una saga mitologica moderna.
     È un racconto molto maschile: si narra di temerari cacciatori, lupi di montagna di poche parole, sempre a contatto con la natura, che incapaci di esprimere forti sentimenti a parole a volte si sfogano a pugni. La presenza femminile è solo abbozzata, anche se avvolge le figure maschili come una nebbia, una grande madre che aleggia nella aria, nel bosco, quasi divinizzata.
    Ho scritto ad Armando chiedendogli come gli era venuta l'ispirazione e cosa pensava di alcune recensioni. Era da tanto che voleva scrivere un libro, mi ha risposto, e la figura di Leone, montanaro e cacciatore che intaglia il legno, gli è apparsa chiaramente. Tutto il resto lo ha costruito intorno a quell'immagine. Con risultati entusiasmanti, aggiungo io.
     Ognuno legge ed interpreta i libri modo proprio. Armando mi fa notare che tra presentazioni, incontri e critiche è stato entusiasmante ricevere nuovi punti di vista dai lettori.
     Pare che il secondo romanzo sia quasi pronto.

  "Quella notte lo visitò in sogno suo padre..."
     "Suo padre era nella grotta con lui, in piedi e immobile, e teneva in mano una torcia splendente di   luce azzurra, come un fuoco fatuo, in grado però di riscaldare quel cunicolo freddo e umido..."
     "Poi sedettero intorno al fuoco. Consci di esistere in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio parlarono a lungo con le voci appena incrinate dalla nostalgia, guardandosi negli occhi e talvolta ammirando il fuoco azzurro incandescente, restando in silenzio e soltanto osservando la fiamma..."
     "Parlarono finché la luce dell'alba non irruppe con violenza inattesa nel cunicolo. Allora Lando sollevò gli occhi dal fuoco in direzione del padre e vide che davanti a lui non c'era nessuno..."
     "Per la prima volta dopo anni ebbe paura, credette davvero che le pietre verdi del camposanto contenessero una maledizione. Non si sarebbe dovuto addormentare in quel luogo, si disse ad alta voce, avvertendo un dolore atavico e primitivo nelle parole che scalfivano il silenzio irreale della cava.
      Confuso, sentendosi ancora stanchissimo, rimase a fissare per un tempo indefinibile quell'alba sempre più bianca che proveniva dall'uscita rabbrividendo.
     "Padre", disse Lando. E ripetè quella parola più volte, guardando la roccia davanti a sé.
     Gli sembrò che il mondo accelerasse la propria rotazione, vide la luce divenire abbagliante in pochi minuti e fu giorno fatto.
     Continuò a parlare a sé stesso, incapace di ritrovarsi. Perse il senso del tempo e dello spazio e si mosse libero, inerpicandosi lungo gli assiomi, le teorie, le congetture figlie di quella notte, notte madre di visioni e lemuri, discendendo poi lungo i pendii e le ripide valli dell'incoerenza, sentendo il
panico montare come marea e attanagliargli piano lo stomaco come una morsa morbida, poi sempre più dura e serrata, soffocante. Parlò a sé stesso e al fantasma assente di suo padre e al fuoco e ai graffiti che egli stesso aveva disegnato decenni, forse secoli fa, passandosi le mani agitate e callose sul cranio, tappandosi gli occhi con i palmi aperti e scorgendo smaglianti galassie in rotazione in quel buio artificiale e antiche rovine in cui riposavano tutti i morti del mondo. Vide le fredde case dei morti, che sempre attendono il vivo, e dunque pregò e poi bestemmiò Dio e gli uomini, urlando o pregando o salmodiando in un sospiro, finché la luce dell'ingresso si oscurò. Lando levò lo sguardo, vide che nel chiarore abbacinante del giorno si stagliava una figura alta e scura.
     La figura si fece avanti e Lando sbarrò gli occhi, incredulo. Sulla soglia c'era suo padre, giovane come lo aveva sognato quella notte. La schiena dritta, indomita, e la carabina in spalla lo facevano sembrare un giovane partigiano risorto.
     "Padre", disse Lando cercando di alzarsi...
     "Padre riaccendi il fuoco", disse .
     "Papà, andiamo a casa, ti prego. Ti riporto a casa, se me lo lasci fare.".
     Leone vide che il padre si era morso le labbra a sangue, mentre sul viso e sul cranio e sulle braccia aveva la terra e il verde della pietra, e graffi e tagli e lividi.
     Lando si alzò con fatica e affidò meccanicamente le mani trepidanti a quelle del figlio. Leone prese quelle mani e se le portò intorno al collo. Sentì finalmente ciò che desiderava da tempo e di cui conservava solo un debole ricordo, si abbandonò grato in quel l'abbraccio che suo padre gli regalava. Poi sentì suo padre chiamarlo con il nome di suo nonno."


Tuesday, September 01, 2015

I bambini annegati



Ho postato su Facebook le foto dei bambini annegati sulle rive del Mediterraneo e non sono convinta di aver fatto la cosa giusta.
Invidio quelli che hanno preso una posizione e l'hanno mantenuta.

Il 28 agosto, venerdì sera, sono tornata da una cena con mio marito, era il nostro anniversario, cinque anni di matrimonio.
Stavo allattando il mio bambino di 17 mesi e al contempo stavo spiando le vite degli altri su Facebook come spesso faccio, stavo quasi per postare una foto del nostro matrimonio per annotare l'anniversario, come fanno in molti.
Ad un tratto delle immagini terremoto hanno scosso il villaggio sereno di Facebook, fatto di foto di tramonti, selfie vacanziere e bimbi che crescono (anche le mie intendiamoci), ogni tanto succede, ma questa volta mi è arrivato un pugno.
Bambini annegati, spiaggiati, mezzi svestiti, lavati dal mare, morti. Morti annegati.
I migranti. Quelli di cui sentiamo parlare tutti i giorni.

Questa volta foto. Di cadaveri. Di bambini.

Mi sono trovata a dover decidere, come molti, se condividere quelle foto o meno.
Una scelta che di solito spetta alle redazioni. Pare che solo il Fatto le abbia pubblicate.
Le ho condivise.
Hanno visitato i miei incubi.

Perchè l'ho fatto?
Perché ho sentito la gravità e l'urgenza di un fatto tremendo irrisolto dai governi.
Perché sono nauseata dai commenti razzisti e dalle notizie populiste.

La metà dei miei amici sono inglesi, abito in Inghilterra, per cui il giorno seguente sono arrivati dei commenti molto cortesi e velatamente diretti a me. Un paio di persone soltanto.
Dicevano di non voler vedere quelle foto, di essere al corrente degli eventi e di non voler vedere quelle foto di morte.
Ho cancellato le foto.

Poi me ne sono pentita.
Il voyeurismo della morte esiste, esiste perché non sappiamo gestire il nostro rapporto con la morte.
Il problema è quello che sta accadendo, non sono le foto.
Le ho postate perché ho pensato che qualcuno che scrive commenti di una superficialità preoccupante o che insulta i migranti come se fossero una unica persona nemica potesse fermarsi a pensare.

Poi ho pensato ancora che forse ho urtato la sensibilità di chi al problema pensa comunque e lasciato comunque indifferenti quelli che pensano che i rifugiati siano soltanto dei delinquenti che arrivano in Italia per scroccare delle notti in albergo e andare a svaligiare un paio di appartamenti.
Per questo le ho cancellate.

Non avrei mai postato delle foto di un evento isolato.
Queste però erano un urlo.

Le ho cancellate perché quei volti mi perseguitavano. Perché ho pensato che i loro genitori siano morti o morti viventi senza la possibilità di scegliere se far pubblicare le foto dei loro bambini o meno.
E continuo ad invidiare chi ha le idee chiare, chi non vede in tutto questo una relatività della morale che ci lascia impotenti.










Wednesday, August 26, 2015

"Chiedi alla Polvere", John Fante



"Apparve una ragazza. Indossava un vecchio soprabito verde e il suo viso era incorniciato da un foulard verde legato sotto il mento. Sulla scalinata era fermo Bandini.
     - Salve, tesoro, - disse lei, sorridendo, come se Bandini fosse stato suo marito o il suo amante. Poi salì il primo gradino ed alzò gli occhi a guardarlo.
     - Ehi, che ne dici? Vuoi spassartela con me?
Audace amante Bandini, coraggioso e spavaldo.
     - No, - le rispose - No, grazie. Un'altra sera. -
Si allontanò in tutta fretta, lasciandola lì a guardarlo e a tirargli dietro delle parole che non afferrò. Proseguì per mezzo isolato, contento. Almeno gliel'aveva chiesto. Aveva capito che era un uomo. Dalla gioia si mise a fischiettare. Girare per la città: quello sì che era un modo per fare esperienza. Noto scrittore parla della notte con una donna di strada. Arturo Bandini, famoso scrittore, rivela i suoi rapporti con una prostituta di Los Angeles. I critici gridano al capolavoro.
Bandini, intervistato prima della sua partenza per la Svezia dichiara: - Ho un consiglio molto semplice da dare a tutti i giovani scrittori. Non tiratevi mai indietro di fronte ad una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla. -
     Intervistatore: - Signor Bandini, cosa l'ha spinta a scrivere questo libro che le ha fruttato il Nobel?
     Bandini: - Il libro si basa su un fatto accadutomi una notte, a Los Angeles. Ogni parola corrisponde a verità. Questo libro l'ho vissuto interamente, pagina per pagina. -
Bastava così. Ormai era tutto chiaro. Mi girai e tornai verso la chiesa. La nebbia era impenetrabile. La ragazza se n'era andata..."

Friday, August 21, 2015

Il rito del pollo

Negli anni '50 mia nonna al sabato comprava un pollo, mia madre era bambina.
"A me toccava l'ala ed è ancora oggi la mia parte preferita" dice mia mamma.
"Ti davano solo l'ala?" chiedo io.
"Con un po' di carne attaccata."

Mia nonna il sabato comprava un pollo al mercato di Valenza.
Un pollo vivo.

Posizonava un piattino pieno di pangrattato sotto al collo del malcapitato e poi lo sgozzava, il sangue colava nel piattino e creava parte dell'impasto per le polpette di sangue.
Le polpette di sangue erano la cena del sabato.
Il giorno successivo, la domenica, si mangiava il risotto con fegatini di pollo e zafferano a pranzo e mezzo pollo arrosto a cena.
Il lunedì minestrina in brodo di pollo.

La domenica a cena il mezzo pollo veniva diviso tra: mia mamma, mio nonno, mia nonna e la bisnonna. La bisnonna oltre ad avere la parte migliore aveva il privilegio di assumere il cervello dell'animale che schiacciava con lo schiaccianoci.
Una sorta di ritrovo tribale, un rito che riconfermava le posizioni gerarchiche all'interno della famiglia. Alla mia povera nonna che cucinava e lavorava più di tutti quanti spettavano gli avanzi.

Esistono teorie contrastanti sull'effetto dell'assunzione di carne nella nostra alimentazione, tutti però concordano nell'affermare che ne consumiamo troppa. E che sopratutto quella rossa non fa bene.
Credo abbia un effetto sul nostro corpo anche il fatto che la carne che mangiamo oggi raramente derivi da un animale che abbia trascorso una vita felice.
Per vita felice intendo: all'aperto, mangiando gli alimenti che lo attirano naturalmente, nella giusta
quantità e scorrazzando.
Io mangio mezzo pollo da sola, o quasi. Eccesso e scarto al gatto.

La mancanza di possibilità economiche regolava l'assunzione di carne della maggior parte delle famiglie negli anni '50. Anche il chilometro zero non era una tendenza della moda alimentare, ma quello che succedeva. Il Kiwi al mercato non c'era e basta, per non parlare dell'avocado.

Troveremo un equilibrio tra gli orti nel centro di Milano e i polli allevati in batteria, tra i ristoranti che offrono cibo chilometro zero e quelli che alle Barbados offrono le ostriche inglesi?
È necessario?
Si stava meglio quando si stava peggio?
No.







Thursday, August 06, 2015

"Un Uomo Sentimentale" Javier Marias




Ho letto per la seconda volta "Un uomo sentimentale" di Marias.
Questo uomo è il re delle subordinate: le inserisce una dopo l'altra, e come strati di una torta nuziale gigantesca vanno a comporre periodi sublimi, stratosferici.
Ho aggiunto nuziale per sviare, ma la grossolana analogia con la torta nasce dal fatto che oggi è il mio compleanno. Tanti auguri a me.
Ecco un esempio della sua capacità di introspezione dell'amico umano e della sua abilità tecnica. Inchiniamoci.

"Non so perché la memoria selettiva dei sogni sia tanto diversa da quella di nostri sensi vegli, perché non posso credere a quelle spiegazioni inesorabili secondo le quali affiora nei primi, sotto diversi mascheramenti, ciò che i secondi sopprimono. C'è in quella convinzione un elemento che mi sembra eccessivamente religioso, una vaga idea di espiazione in cui non posso fare a meno di immaginare la traccia di cose come la coscienza del male, gli uditi sordi, l'oppressione dei giusti, la disputa tra opposti, la verità che aspetta la propria rivelazione e il concetto secondo cui esiste una parte di noi che è in contatto più diretto con le divinità di quanto non lo sia il nostro discernimento. E perciò propendo di più a pensare che le ostinate sospensioni del tempo nei sogni siano educati, convenzionali modi di tirare il respiro di carattere drammatico o narrativo o ritmico, come la fine di un capitolo o gli intermezzi, come la sigaretta che si fuma dopo la colazione, i minuti che si dedica non a sfogliar il giornale prima dell'inizio delle attività, la pausa che precede la lettura di una lettera temuta o l'ultima occhiata allo specchio prima di uscire la sera. O forse sono dovuti al dubbio, perché la verità sognata e il ragionamento sognato non sempre scorrono così risolutamente com'è loro fama. Vi è in alcuni sogni, come alla luce del giorno, esitazione, arretramento, rettificazione e tempi morti. A volte bisogna addirittura prendere tempo per indirizzarli, cioè, ingannare quei tempi deliberatamente. Non sono troppo lontano dal condividere le credenze di alcuni antichi, e, come loro, oltre che premonizioni e avvisi che diamo  noi stessi vedo nei sogni intuizioni e spiegazioni che non contrastano con la coscienza desta, commenti espliciti - per quanto possano essere metaforici: non c'è contraddizione in questo - sul mondo, sullo stesso e unico mondo che accoglie il giorno, per quanto estranea ci possa apparire al mattino la sfera notturna...""Ho letto una volta in un libro di un tedesco che le persone che non fanno colazione desiderano evitare il contatto del giorno e non entrare in esso, perché in realtà è soltanto attraverso il secondo risveglio, quello dello stomaco, che si riesce a venir fuori del tutto dalla penombra e dalla sfera notturna, ed è soltanto dopo che si è arrivati sani e salvi all'altra sponda che ci si può permettere di riferire quel che si è sognato senza che ciò porti calamità con sé, dato che, se lo si racconta a digiuno, ci si trova ancora sotto il dominio del sogno e lo si tradisce con le proprie parole, esponendosi così alla sua vendetta...
 Quest'idea dalle radici inconfondibilmente popolari nasconde, allo stesso modo di quelle che usano gli psichiatri, gli psicologi, gli psicoterapeuti e gli altri usurpatori della parola psiche, un disprezzo infinito nei confronti del sogno sotto la ,oro pretesa di prenderlo molto sul serio, in quanto muove dall'idea di base che esistano due mondi separati, quello del sonno e quello della veglia, o, ed è ancora peggio, due mondi ostili, contrari, diffidenti l'uno dell'altro, pronti a nascondersi le loro ricchezze e le loro conoscenze e a non condividerle né a riunirle se non dopo la presa violenta, la conversione forzata, l'interpretazione che invade uno dei territori, con la particolarità che l'unico che soffre quest'ansia di sottomissione, l'unico che consegue quell'animo di conquista, è il campo diurno. Ma ciò che mi accingevo a confessare è che, non accettando simile idea, ho deciso, non si sa mai, di non fare colazione questa mattina, nella speranza di poter raccontare entrambe le cose, quel che è accaduto ed il sogno di quel che è accaduto, dato per acquisito di non poterle distinguere. Perciò non ho ancora mangiato, e staremo a vedere quando lo farò."

Tuesday, August 04, 2015

I nonni e il motore del mondo

In Inghilterra, a Oakham per la precisione, mi sento a casa. 
Preciso perché tutti i conoscenti che trovo in Italia mi chiedono: "Allora come va a Londra?". Non abito a Londra, abito tra i verdi prati punteggiati di ruminanti della regione più piccola della nazione: il Rutland. 

Mi trovo bene.
Però.
Sopratutto da quando è nato il piccolo uomo che ora ha quasi un anno e mezzo mi sento divisa.

Ho un piede in Italia ed uno in Inghilterra, se faccio leva su un piede l'altra nazione scivola via sull'acqua e si allontana. Ed in questa operazione metaforica mi figuro come un gigante. Così è il mio ego, da microbo a universo, talvolta delle dimensioni giuste.

Quel che più manca è la presenza dei nonni. Vorrei che si vedessero più spesso con il piccolo, vorrei che si vedessero quotidianamente. 
L'insegnamento dei nonni, i miei genitori, corretto o sgrammaticato, silenzioso o incessante, impreziosisce l'essere, porta saggezza, sicurezza e  tranquillità.

L'altro giorno ho letto su Facebook di  una lettera che Einstein scrisse a sua figlia: diceva che il motore del mondo, la forza fisica principale che muove e dà un senso al tutto, lo capì tardi, è l'amore.
Per quanto retoriche possano essere le verità semplici, non sono relative, sono assolute.
I nonni ne hanno in esubero di questa forza che fa girare il mondo da dare al piccolo uomo. Riescono però a portarne solo dieci chili per volta, col bagaglio a mano, ne devono sempre lasciare a casa un po' o schiacciarla nel bagaglio sperando che passi ai controlli della Ryanair.
Purtroppo.

Thursday, July 09, 2015

"Il libro dell'Inquietudine"


All'improvviso ho sentito per quell'uomo qualcosa di simile alla tenerezza. Ho sentito in lui la tenerezza che si prova per la comune normalità umana, per la banale quotidianità del capofamiglia che va al lavoro, per il suo umile e allegro focolare, per i piaceri allegri e tristi di cui necessariamente è fatta la sua vita, per l'innocenza di vivere senza analizzare, per la naturalità animalesca di quelle spalle vestite. (Fernando Pessoa, "Il Libro dell'Inquietudine")

Saturday, April 11, 2015

Dimenticare le trame


Negli anni passati ho letto voracemente moltissimi libri.

Avrei potuto approfondire aspetti degli ultimi due lavori che ho avuto per fare carriera, per rivendermi sul mercato, invece quando avevo un attimo libero desideravo soltanto leggere, lasciarmi trasportare dalle onde delicate e avvolgenti del linguaggio.
Avrei potuto almeno leggere in inglese per migliorare la lingua che uso quotidianamente, la lingua di mio marito.
Invece ho letto in italiano per non perdermi le sfumature.
Perché sono per il godersi la vita, per il lavorare quanto basta e dedicarsi a quello che rende l'esistenza degna di essere vissuta. Amo anche buon cibo. L'acqua. Il sole. La musica. L'arte.

Di tutti questi libri che ho letto però mi è sfuggita di mente la trama, spesso il nome dell'autore, il titolo del romanzo.
Se non li avessi acquistati quasi tutti e non fossero seminati per la casa, non credo mi ricorderei di aver letto così tanto.

Da un anno è nato il mio piccolo bambino che mi sta appiccicato notte e giorno. Ci separiamo soltanto dodici ore a settimana, quando va all'asilo.
Della mia vita precedente mi manca soltanto la lettura.
Vorrei avere una tasca spazio temporale in cui scivolare durante il giorno, infilarmi lì e leggere un pochino, poi tornare al tempo reale e non perdere i minuti preziosi che passo col piccolino.

Riesco soltanto a rileggere libri la sera, talvolta.
Rileggo romanzi perché a leggerne di nuovi mi perderei. A volte non mi ricordo quanti anni ho. Seriamente.
Ora sto rileggendo l'"Idiota" di Dostoevskji che ho sempre citato come la mia opera preferita. Anche perché fa molto cool.
L'avevo talmente idealizzato e mescolato ai saggi letti che la trama me l'ero completamente dimenticata.
Non lo ricordavo così il principe, l'idiota.
Il principe ha le virtù di un Cristo, ma la sindrome del "figliol prodigo".
Ha gli occhi ed il cuore di un fanciullo ed una cultura che non ostenta.
Attacchi epilettici che vengono descritti magistralmente come momenti di estasi mistica e non compresi dalle persone che lo circondano.
È come la carta dei tarocchi del Matto che oscilla tra genio-profeta e folle, la cui interpretazione dipende dal contesto. Spesso il matto è tale perché circondato da mediocri superficiali.
Purtroppo il principe non è compreso dall'alta società russa, la sua energia spirituale viene recepita come idiozia. Così va il mondo.

A proposito di tarocchi.
Anche "La danza della realtà" di Jodorowskji l'avevo idealizzata.
Una autobiografia di un personaggio controverso che per me è stata ispiratrice.
Come ho fatto però a non accorgermi del maschilismo imperante?
Della sua sete di protagonismo, celata dall'insegnamento spirituale, dettata dalla pura invidia di non essere donna, di non poter partorire?

Si cambia, si cresce, a volte i libri maturano con noi, altre volte li dobbiamo abbandonare.

Consiglio di rileggere i libri.

"Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, la Bibbia. [...] Il rileggere è un alleanza discorde: insieme ritrovare, riconoscere e scoprire; trovare cioè che la lettura precedente, o anche più letture, non ci avevano rivelato. [...] La prima lettura può anche essere un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà. [...] Nel cuore del grande libro sta il nulla più prezioso, irripetibile. Per accedere a questo nucleo fatale, inafferrabile, in bilico squisito tra esistere e non esistere, occorre rileggere, camminare per strade che crediamo di conoscere." Giorgio Manganelli

Friday, March 27, 2015

Paul Joy e la mamma

Quasi ogni mattina esco con il mio bambino, respiriamo l'aria fresca e lui si addormenta, a volte andiamo al bar: cappuccino per me, latte e biscotti per lui.
Oggi si siedono di fronte a me un signore alto e corpulento sui quarant'anni ed una signora anziana.

La signora ha una spilla dorata a forma di uccello puntata sul cappotto verde militare, lunghi capelli grigi raccolti dietro le orecchie e lasciati ricadere morbidamente sulle spalle, gli occhi verde bottiglia sono truccati leggermente e spicca il rossetto rosso. Sembra uscita da un armadio di mogano impolverato. Avrà circa ottant'anni ed è ancora bella.
Il signore porta un completo gessato tempestato di spille da punk sul colletto, una collana con appesa una grande croce bianca e una t-shirt grigia lisa.

"Mi fa molto piacere vedere il bambino, cresce bene, bello." Mi dice la signora. Lo ripete una ventina di volte, presto intuisco che soffre di demenza senile.

"Questa è mia madre Brenda" mi dice il signore. 
Brenda imburra il pane e lo passa al figlio, che in realtà si sta mangiando una fetta di torta alla carota e non vuole il pane che la madre gli passa. Lei lo fa in automatico. Lui prende il pane e glielo rimette nel piatto.

Il signore mi dice che sta scrivendo canzoni. Il suo nome d'arte è Paul Joy e scrive pezzi che si ispirano ai Doors ed ai Sex Pistols, politicamente impegnati ci tiene a precisare.
"Che tipo di impegno politico?" chiedo io.
Mi dice che vorrebbe piantare foreste ovunque. 

Paul Joy mi siede davanti con la mamma e io siedo davanti a lui con il
mio bambino e mi pare che, anche se ha più di quarant'anni, tre figlie e una madre con la demenza senile, Paul Joy vorrebbe stare in braccio alla mamma.
Paul Joy vorrebbe nascondersi sotto la gonna di Brenda. 
Paul Joy ha bisogno della mamma.

Wednesday, February 25, 2015

La persecuzione di Fabio Volo



Mi sono trattenuta a lungo, fino a che ieri mi è caduto l'occhio su un articolo di gossip, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Questo è troppo.

A diciott'anni mi sono trasferita a Londra per un anno, dopo le superiori. 
Ufficialmente per imparare l'inglese, realmente per ubriacarmi di libertà.
Così mi è capitato di conoscere Fabio Volo, per caso, insieme alla mia amica Franci fuori da un locale. 
Mi pare lavasse piatti o facesse il cameriere, come noi.
Ad un certo punto disse che lavorava o aveva lavorato a Radio Dj.
"Si, va bhè!" gli avevo risposto io "e io alla BBC". 
Ci eravamo visti un paio di volte e devo ammettere che ci siamo divertiti. È un tipo divertente.
Mi aveva presentato uno svedese algido e bellissimo che avevo cercato di accalappiare con scarsi risultati.

Ho rivisto Fabio Volo non ricordo dove, quando lavorava per Match TV, e si era ricordato di me. Ora non si ricorderebbe, è passato troppo tempo e lui è diventato famoso.

E poi l'ho visto in tele. Ho letto un suo libro del quale non ricordo il titolo e non mi è piaciuto. Però ho capito perché vende, perché piace. È una persona piacevole.

Credo sia anche un po' paraculo. O meglio lo sarà stato all'occorrenza, ora non ne ha più bisogno.

Abbiamo riferimenti culturali in comune. Per esempio le sue playlist sono quelle che farei anche io.

Con alcune amiche scherzando dichiariamo di odiarlo perché è riuscito a diventare famoso e ricco facendo quello che noi tutte sognamo di fare: scrivere, viaggiare, parlare in radio e scrivere playlist.
Non ha nemmeno fatto l'università. Nemmeno le superiori forse.
Certa gente, certa gente. Forse semplicemente ci crede.
Sarà perché hanno le idee chiare, visualizzano la meta.
Serve anche un pò di culo.
Mi piace pensare che non si tratti di bravura, così non mi sento da meno.

Va bene tutto, ma oggi una goccia ha fatto traboccare il vaso.
Fabio Volo ha chiamato il figlio Sebastian.
Fabio Volo, il mio però è nato prima.
Ti mando una pernacchia.
Tiè!






Saturday, February 21, 2015

Vite cimiteriali



Abito nella regione meno popolata di Inghilterra.
La densità abitativa è bassa, sono rare le conversazioni con sconosciuti, non ho mai parlato con i vicini.
Abito in un cimitero.
Non in senso metaforico.
Abito veramente in un cimitero.

Quando ricevo visite, sopratutto dall'Italia, mi rendo conto della stranezza della mia scelta abitativa.
Non abito vicino ad un cimitero, ci abito dentro.
È stata una settimana da me un'amica italiana che vive nel centro storico di Barcellona e me lo ha ricordato.
Vedo tombe al posto di un giardino. Non è normale.
Il cancello del nostro ingresso lo chiude il custode del cimitero al tramonto e lo riapre al mattino.

La mia amica gestisce un bar frequentato da artisti, astrologi e girovaghi.
Ogni settimana va a feste, eventi e mostre.
Abitavamo insieme all'università.

Le nostre vite sono completamente diverse ora.
Io abito in un cimitero e l'ultima volta che sono uscita la sera non me la ricordo.
Lei esce tutte le sere ed ogni giorno conosce persone nuove.
La ruota della vita gira e cambia costantemente quello che abbiamo fuori e dentro, magari presto desidererò ancora una vita più sociale.
Scrivo ancora perché fino a cinque anni fa ero sociale sino alla nausea.

Al momento se devo proprio dirla tutta sono felice qui, tra le tombe.
Ebbene sì.

Friday, December 05, 2014

Uno

In certi istanti ho la certezza
Di non essere sola. Mai.

Una luce, una fosforescenza,
amalgama,
mescola, fonde.
Lavora incessantemente.
In circolo.
Cerchio.

Fuori dal tempo.
Fuori da qui.
Boom.

Tuesday, November 25, 2014

John Lewis e la lacrima




Ho visto la nuova pubblicità natalizia di John Lewis e mi sono commossa.
Ora: credo che dovrebbero essere imposti dei limiti legislativi a quanto il marketing possa giocare con le emozioni dello spettatore.
Non ritengo etico il provocarmi la lacrima ai fini commerciali.
Però l'arte ha sempre avuto bisogno di finanziatori per essere diffusa.
Mi rimangio quello che ho appena scritto?
Una volta ero più decisa.