Thursday, October 30, 2014

Mistaken for Strangers



Al momento ascolto i The National.
Una sera con Richard ho ascoltato Pink Rabbits a ripetizione, non so quante volte.
Lui con un bicchiere di vino sempre pieno.
Si doveva rilassare prima di un colloquio e Pink Rabbits distende i nervi.
Abbiamo fumato parecchie sigarette.
Io non dovrei.

Mistaken for Strangers è un docu-film sulla band. Ho felicemente scoperto che lo trasmettevano in TV qualche settimana fa. 
Pensavo che i The National non fossero molto conosciuti, invece eccoti un film sulla BBC. 
Non vedevo l'ora di vedere Matt Berninger nel quotidiano, di sentirlo parlare del più e del meno.
Ci si infatua sempre un po' dei componenti dei gruppi che amiamo, anche se non siamo più adolescenti.

Mistaken for Strangers non è quello che pensavo. 
Il fratello di Matt viene invitato a seguir il gruppo di Cincinnati in tour e decide di filmare, inizialmente contro la volontà del gruppo.
Il film racconta del fratello che dovrebbe strutturarlo, dargli una forma, e non riesce a concludere nulla.
Metafora della sua vita.
Ne esce un film autoreferenziale, sulla frustrazione delle ambizioni artistiche e sul rapporto
conflittuale tra i fratelli.
Un meta-film ironico e inaspettato.

Il fratello è un alternativo, che vive ancora con i genitori, che non riesce a smettere di bere, di innervosirsi e non conclude mai nulla. Nemmeno il documentario.
Anche se forse è lui ad avere più talento di Matt.
Matt però raggiunge il successo.
È sempre stato quello più determinato.
Più Alfa.
Il fratello prova invidia mista ed ammirazione per Matt.
Ed utilizza il film per giustificare i suoi fallimenti.
Un altro inetto da aggiungere alla lista dei miei amati perdenti.





Friday, October 24, 2014

Da "Una barca nel Bosco", Paola Mastrocola



La fine delle scuole superiori, quanto coraggio si ha, quanta voglia di vivere.
Vento frizzante sulle guance.

"Ognuno si sogna quel che vuole per la fine del liceo. Io mi sognavo questo, gli altri no. I miei compagni sognavano altro, ad esempio andare ad Amsterdam con la tenda arrotolata nello zaino oppure un corso pre universitario a Princeton. Dipende da cosa vuoi nella vita. Io volevo l'oceano.
Volevo andare a vedere di che colore era, se era diverso dal mare della mia isola ad esempio, se davvero un oceano è più grande di un mare. Cercavo l'idea di grandezza, l'idea. Speravo di incontrarla, di vedermela davanti, spianata e palpitante. Mi tenevo stretto questo pensiero per quando avrei finito la scuola. Ero libero e la vita ce l'avevo davanti, dico la vita che volevo, che è un po' come avere un oceano davanti. Avevo solo paura che invece non fosse niente, che fosse come un mare, perché l'infinito te lo da benissimo anche un mare, non c'è bisogno di un oceano: finiscono tutti e due con l'orizzonte, e l'orizzonte è uguale da tutte le parti, non è che c'è scritto sopra "orizzonte di mare" oppure "orizzonte di oceano".
Così sono andato a vedere. Mi son detto: vado sempre dritto finché trovo l'oceano. E l'ho trovato..."
"... Bastava andare in Francia fino a dove finisce la terra, niente di straordinario.
E così l'ho trovato. L'ho sentito, prima di vederlo. Era ancora notte, ma io l'ho sentito col naso, ho pensato: ecco, questo e l'odore dell'oceano."
"... Ho posteggiato, sono sceso, ho fatto una ventina di passi, c'era un muretto e dietro il muretto lui, l'oceano; lì spalmato davanti che ti respira largo come l'universo e tu dici: ecco, appunto, io intendevo questo.
Non era per niente come il mare: era l'oceano. Come mi aspettavo. L'esattezza delle cose che ti aspetto, la coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere due cose che si sovrappongono esattamente e non c'è più divario fra pensiero e realtà. Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella."

E quale realtà comune sul laurearsi in questo breve paragrafo che segue! 
Togliamo gli orpelli della finzione narrativa e rimane il succo dell'esperienza, una realtà con la quale  molti laureati del "vecchio ordinamento" hanno dovuto fare i conti.

"Comunque mi viene una tesi stupenda, un capolavoro di idee, collegamenti, ipotesi ardite.
E invece a Batticolla non piace per niente la mia tesi. É irritato, quasi offeso. Mi dice: 
"Ma lei come si permette?"
Non capisco a cosa si stia riferendo, ma per fortuna c'è Svitiglio che mi vuole bene e sente un po' di pena per me. Mi prende da una parte e mi spiega che il professore ha ragione, io nella tesi ci ho messo troppe idee, troppa originalità, cosa volevo, strafare? Mi spiega che bisogna essere più umili in una tesi, citare quelli più vecchi di noi con tanto di data e luogo di edizione e basta. Al massimo dire ogni tanto che la cosa anche a noi sembra così, che il tale o che il talaltro, secondo il nostro modesto parere, hanno proprio ragione.
Siccome mi vede affranto, si offre di seguirmi per una revisione totale della tesi."
"È un lavoro un po' lungo, ma ce là facciamo. Svitiglio mi cancella tutte le frasi in cui sono espresse delle idee o anche solo se ne veda un barlume, e mi insegna due cose fondamentali: citare, cioè disseminare un buon numero di frasi altrui nella pagina; e ridire, in altro modo, le cose che sono state già dette dagli altri. E un vero maestro. Non so cosa avrei fatto senza di lui.
Adesso Batticolla è molto contento di me, dice che mi è venuto proprio un bel lavoro, meritevole di lode. Posso quindi laurearmi."



Friday, October 17, 2014

Fantasmi sì, fantasmi no?





Sono tornata a Stapleford Park, vedi post precedente.
Mio marito, Richard, detto Riccardo, mi ha regalato per il mio compleanno sei mesi di iscrizione a questo club che più British di così non si può, e che Dio lo benedica.

Lascio un paio d'ore il piccolo Sebastian all'asilo e io me ne vado in piscina, faccio la sauna, una nuotata, l'idromassaggio, la doccia e/o mi leggo un libro. Potrei anche andare in palestra, fare dei corsi ginnici, ma non ci penso nemmeno, mi devo riposare.
Sono un paio di settimane che ho iniziato con questa routine e siamo tutti più felici. Sebastian, dopo una classica crisi iniziale, pare si diverta con gli altri bimbi, rotola, li guarda, ride, sta nel girello, cerca di rubare delle merende altrui.

Mi ritengo privilegiata.
Consideriamo che la giornata sola col pupo iniziava a diventare interminabile: si parte con i migliori propositi, tra canti e salti mattutini, poi si arriva a sera muti a fissare la creatura sperando che dorma. E naturalmente il mio va a dormire alle undici, non sta nel suo lettino nemmeno mezz'ora senza urlare disperato, i riposi pomeridiani raramente superano la mezz'ora, i nonni sono in Italia e gli amici lavorano.
Viva il club.
Che tra l'altro, anche se sembra un posto da snob danarosi, non costa più dell'asilo ed un corso di palestra altrove. Il marito ha fatto bene i conti.

Comunque stavo scrivendo che sono tornata al club...il punto era un altro.
Sono tornata al club e ho ripercorso il corridoio che si dice infestato dai fantasmi con Sebastian perché mi ero scordata la borsa in piscina (vedi post precedente).
E questa volta non ha pianto.
Ha riso.
Pensa un po'.







Saturday, October 11, 2014

Haunted Houses




Alcuni giorni fa mi trovavo a Stapleford Park, una magione circondata da 500 acri di giardini Capability Brown, che fu dimora di varie famiglie aristocratiche a partire dal 1050, ed oggi è un hotel e club con SPA e varie attrezzature sportive.
Un luogo in cui si sta sereni e rilassati.
Quei posti che ritenevo da snob quando abitavo in Italia, ero piena di energia ed ancora intrisa di ideali assorbiti durante il periodo universitario. 
Oggi, trentasettenne, con un bimbo di sei mesi che non mi fa dormire la notte, e montagne di cose da ricordare, vorrei che di posti così ce ne fossero ovunque, possibilmente a buon prezzo.

Una cordiale signorina stava accompagnando me, mia madre ed il piccolo Sebastian, allegramente penzolante dal marsupio, in visita alla piscina.
Sebastian sghignazzava ed emetteva urletti di gioia già dalla passeggiata nel parco.
Davanti all'enorme caminetto acceso all'ingresso il piccolo fa "Eh, ooooh, ga",  la signorina ci scorta attraverso una stanza con animali impagliati ed anticaglie di vario genere, scorgiamo la vecchia libreria, un'altra sala nella quale si serve l'"afternoon tea" come se fosse un rituale religioso, oltrepassiamo la scalinata ufficiale e proseguiamo per una scala secondaria.
Sebastian è tutto gongolante.
Dopo un breve tratto si apre la porta di un lungo corridoio con una parete a cassettoni di legno scuro ed una stupenda vista sui prati macchiati di greggi di pallini bianchi; il piccolo, tutto d'un tratto,  scoppia a piangere istericamente.
Finisce il corridoio, apriamo un'altra porta, verso la piscina,  e Sebastian smette di urlare, di colpo.
La signorina ci mostra la SPA, la piscina, e torniamo indietro. 
Riapriamo la porta che da sul corridoio con la parete a cassettoni, un moquettoso tratto di una decina di metri, e Sebastian scoppia nuovamente in un pianto disperato.

La signorina sorpresa e scombussolata dice: "All'andata non ci volevo pensare, ma di nuovo! Non ci crederete, ma questo corridoio fa parte dell'ala più antica della casa, risale al 1060.
Dicono che siano successe cose tremende in quest'area e che sia quella infestata dai fantasmi."

In genere sono scettica, ma dicono che i bimbi abbiano una sensibilità diversa, non ancora influenzata dalla cultura dominante e dalla razionalità.
Che dire?
Abito in un cimitero e Sebastian non vuole dormire nel suo lettino, c'entrerà  qualcosa?



    





Thursday, October 09, 2014

Cataloghi di lettura

Agli alunni di una classe di terza elementare di Leicester (scuola che frequenta la figlia di una conoscente, machissefrega si potrebbe trattare di chiunque, non è questo il punto), hanno chiesto di portare un libro per un progetto di lettura.
Un libro qualunque preso da casa.
Quello che ispira.


Oggi moltissime persone scaricano ebooks, come strumenti di lettura hanno kindle, i-pad e simili. Il libro cartaceo va scomparendo, pare stia per diventare un oggetto vintage.

Sia ben chiaro: io non scaricherò mai un libro. I libri sono gli unici oggetti ai quali sono materialmente attaccata, a casa mia ogni libro è posizionato su uno scaffale e riposa vicino ad un altro per uno specifico motivo. 
È una religione. 
Gli scaffali come altari.

I libri non contengono solo racconti. 

Insieme alla polvere sui libri si deposita l'emozione dei lettore, la storia del momento in cui è stato aperto, di quando è stato riletto, l'odore di chi ce l'ha prestato e si è scordato di richiedercelo.
Sono magici.

Grazie ai miei genitori sono cresciuta in una casa in cui i libri abbondavano. 

C'erano le enciclopedie che più che altro si intonavano con la libreria ed erano un ottimo contorno per la televisione e c 'erano pile di romanzi: i classici, i gialli, collane di fantascienza, storie del orrore e 
fumetti, tantissimi fumetti.

Ne leggevo un paio di pagine e poi scivolavo nei sogni.

Mia madre mi comprò Alice nel Paese delle Meraviglie con le pagine al profumo di mela quando avevo sei anni.


Comunque a questi bambini della classe di Leicester hanno chiesto di portare un libro e questa conoscente mi ha detto che un compagno della figlia ha portato il catalogo di Argos, perché in casa c'era solo quello.
Il catalogo di Argos. 
Una lista di oggetti in vendita.
Certe famiglie hanno soltanto un catalogo in casa non perché leggono in formato digitale, non leggono e basta.

Questo aneddoto mi ha intristito profondamente.


Wednesday, August 06, 2014

Anatra in chiesa



Ieri sono uscita per una passeggiata ed ho incontrato un'anatra bianca che camminava pacifica in mezzo alla strada che da casa mia porta al centro di Oakham.
Con il passeggino e naturalmente pure il piccolo uomo dentro, non sapevo che fare.
Salvo l'anatra e abbandono il passeggino per un attimo?
Sono in grado di prendere un'anatra?
Le anatre mordono?
Mentre vari pensieri annebbiavano la mia capacità d'agire, un paio di macchine sono passate e fortunatamente hanno rallentato.
L'anatra ha poi attraversato incespicando un incrocio e si è fermata davanti alla chiesa cattolica.
Me ne sono lavata le mani, come il buon vecchio Pilato, e me ne sono andata in centro.
Al ritorno mi è stato detto da una vicina che una ragazzina è passata davanti a casa sua con l'anatra in braccio.
Non si sbaglia mai a lasciare degli esseri davanti alla chiesa.

Thursday, July 03, 2014

Glasto

È finito da poco il festival di Glastonboury,
Glasto, come lo chiamano qui in terra d'Albione.
Domenica sera l'ho seguito live sulla BBC pensando a quanto il
consumo dell'evento sia cambiato. Già perché ormai le esperienze si consumano e si riproducono
in video e foto, possibilmente su telefono, si postano in tempo reale.
Negli anni settanta era un ritrovo di hippie, si consumavano droghe a tutto spiano, c'era l'amore libero, i corpi ricoperti di fango, David Bowie agli albori, il mondo degli "alternativi".
Certo non lo trasmetteva la BBC.

Ora pare sia sempre un ritrovo di hippie, che si consumino droghe, che ci sia fango quando piove e che suoni anche la stessa gente che è diventata vintage cool.
Però gli hippie di oggi lo sono per un weekend, con i loro stivali di gomma e gli occhialoni da sole di marca. Gli hippie di Glastonboury 2014 emulano la mise di Kate Moss, che ci va tutti gli anni.
Fa molto "middle class" andare a Glasto. Ma la middle class" non era: cane, villetta a schiera, lavoro stabile, matrimonio, macchina famigliare e due figli?
Si, era.
La classe media, inglese, 2014, va ai festival e se lo fa con stile diventa upper class.
Ovvero se anziché campeggiare in tenda, affitta una tenda di lusso mongola per circa tremila sterline a  notte che finirà per non usare perché a Glasto non si dorme: upper class.

È diventato obbligatorio andare ad almeno un festival all'anno per gli over trenta che vogliono essere fighi, ma la cosa più assurda è che nessun over trenta ama campeggiare nell'umidità gelida inglese, con un post sbronza, utilizzando cessi chimici  superaffollari.
Cosa non si fa per essere cool!

Sunday, June 29, 2014

Al piccolo uomo




Caro figlio nato da poco,

Se solo bastasse stare in questa posizione scomoda per renderti felice, ci starei fino a cascare a terra dalla fatica. Invece, messo così sulla spalla, come un sacchetto, non piangi adesso perché la pressione sulla pancia ti allevia questo piccolo dolore fisico. Farai un rutto, un rigurgito, poi ti addormenterai.
E domani basterà darti da mangiare per strappati un sorriso.

E poi?
Sempre meno potrò garantire la tua gioia, il resto del mondo entrerà in gioco.
Il resto del mondo lo stai già mettendo a fuoco e pare ti faccia sorridere.
Verrà un giorno, almeno uno nella tua vita, in cui penserai sia stata una pessima idea quella di metterti al mondo, in cui ti sembrerà che nulla abbia senso.
O forse non verrà mai.
Ma verrà la tristezza, la sofferenza, verranno le delusioni.
Se così non fosse non cresceresti emotivamente, ma che fitta provo al solo pensiero.

Caro figlio nato da poco se solo ti potessi garantire la felicità, ma a pensarci bene la cosa che ha sempre reso felice me, dal momento in cui ricordo, si chiama libertà.
Allora caro figlio spero di non soffocarti troppo, o farlo da lontano, dietro l'angolo della strada che percorrerai.
A tal proposito sto tessendo un mantello protettivo trasparente, un pezzettino ogni notte, dovrebbe essere pronto per quando inizierai a gattonare, lo adagerò sulle tue spalle in un momento di distrazione, come faccio quando ti taglio le micro unghie, e piccolo uomo sarai protetto per il resto della tua vita.

Thursday, June 05, 2014

I dolori del parto - Parte terza, il finale

Eccomi.
Sono le cinque e ventitré. La luce inizia a penetrare dagli scuri, Sebastian dorme e russa come un cinquantenne con il vizio dell'alcol, ma questa è un'altra storia.
Vorrei finire di raccontarvi i dolori del parto.
Vorrei, ma me li sono scordati.
Lo sapevo.

Sono passati due mesi dalla nascita del piccolo uomo ed il ricordo si è sbiadito, la gioia ha preso il sopravvento ed io mi sento egoista e patetica nell'insistere a raccontarvi dei dolori.
La felicità li sorpassa, la memoria si annebbia, non ha senso incaponirsi.

Vi racconterò invece qualcosa di più interessante.
Non so come si chiami in italiano l'anestetico blando che in inglese qui chiamano "gas and air" o Entonox, un gas che contiene ossigeno e protossido di azoto, quello che usano i dentisti per intenderci.
In Inghilterra lo offrono per alleviare i dolori del travaglio, magari anche in Italia, non so.
Sorvoliamo sulla descrizione delle non molte ore di travaglio trascorse senza l'aiuto della chimica, sono state tremende, va bene. Ci sono passati tutti.

Ero in preda ai massimi livelli di dolore e l'ostetrica mi dice che mi ha preparato un bagno caldo.
"Un bagno caldo? Ma dove sono quelli dell'epidurale?"
"In sala operatoria, arriveranno tra circa tre ore", dice Kate.
"Tre ore?!"
"For the love of God" continuavo a dire.
Fortunatamente non mi vengono spontanei come in italiano gli insulti in inglese.

Mi hanno quasi convinta a fare questo benedetto bagno, quando chiedo a Richard: "Ma gas and air non si può avere?"
"Serve l'anestesista" dice lui.
Non contenta chiedo anche a Kate: "Ma gas and air non si può avere?"
"Vuoi gas and air?" mi chiede.
"Certo che voglio gas and air, qualsiasi cosa abbiate! Svuota quel maledetto bagno Kate e portami il gas!"

Arriva così la bombola di gas and air.
Aspiro lievemente e non succede nulla.
"Aspira più a lungo" suggerisce Kate.

Ecco.
Se userete mai  l'entonox in sala parto, fatelo provare anche al partner.
Sarete entrambi proiettati in un mondo leggero nel quale il dolore è una caratteristica marginale.
"Va meglio? " mi ha chiesto  Kate.
Andava molto meglio, ma ho mentito perché tenevo che non mi portassero più altre droghe.

Le due signore con l'attrezzatura per l'epidurale le ricordo fluttuare nella stanza circondate da un'aura magica ed ali da angeli. Mi chiesero di smettere di aspirare l'Entonox perché dovevo stare seduta  dritta per la puntura nella schiena, io annuivo e appena si distraevano continuavo ad abusarne.
Ricordo che mi hanno infilato l'epidurale sotto pelle anziché in vena per sbaglio e non si sono accorti che gonfiavo a dismisura, poi hanno cambiato braccio ed il sangue ha iniziato a zampillare dall'altro come in un film d'orrore di serie B.
"Non ti vedevo così fatta dalla festa di Acton town a Londra nel '98" mi ha detto Richard. Ma questa è un'altra storia.

Con l'epidurale in circolo sono tornata ad essere un individuo con una dignità ed il senso del decoro, ho ringraziato le signore che me l'hanno fornita e mi sono scusata per le volgarità, poi ho iniziato a spingere fuori quelli che nelle prime ore di vita sembrava un alieno.
L'alieno più bello dell'universo. È pure comparso un medico con una ventosa che come gran finale me l'ha aspirato fuori e se vi chiedete come sia la ventosa la risposta è: esattamente come uno sturalavandino.
Tutto il processo è riassunto dal marito che ha assistito da prospettive definitivamente meno dolorose, ma più splatter delle mie, come "horrific.
Ma non andiamo fuori tema.

La morale del post è questa: quando partorite usufruite di tutti gli anestetici disponibili in ospedale, non ha senso soffrire come cani quando lo si può evitare.


Wednesday, May 14, 2014

I dolori del parto - parte seconda

...la nonna, alias mia mamma, è tornata ieri in Italia, son passate due settimane e non  riuscita a scrivere il finale della storia d'orrore a lieto fine: il parto.
La natura malvagia e saggia al contempo ha progettato tutto con minuziosa precisione: ti fa patire le pene dell'inferno con il parto e poi ti inserisce in un ciclo di allattamenti, pianti, sorrisi, cacche, rutti ed ore di sonno dimenticate che ti impediscono di comunicare agli altri esseri di genere femminile quanto sia tremendo il dolore ed appena riesci ad organizzarti e sei pronta a descrivere l'esperienza, gli ormoni ti hanno fatto dimenticare quanto sia atroce. 
La felicità prende il sopravvento.
Maledizione.

L'avessi descritto un mese e mezzo fa avrei probabilmente utilizzato una lunga lista di imprecazioni, ora invece ricordo il tutto quasi in maniera comica.  
La natura sa che nessuno lo rifarebbe se fosse possibile riportare il dolore alla mente. Ci proverò lo stesso. 

Con nulla da fare e nessun dolore in ospedale, mi son messa a leggere il libro di storia della filosofia antica di mio fratello risalente agli anni del liceo, ho fatto ragioneria per una lunga storia di scelte sbagliate, per cui cerco di colmare i vuoti culturali da autodidatta. Richard è tornato a casa ed io ho letto fino al mattino, tra le urla delle mie compagne di stanza che sono state portate via, una a una, a partorire. Il tampax di ormoni non ha fatto effetto. 

Il giorno successivo l'ho trascorso consumando tremendi pasti forniti da una cuoca che mi guardava malissimo e passeggiate al bar: nessun movimento rilevante.
Verso le dieci, undici di sera, un'ostetrica ha controllato la situazione: ero dilatata di due cm e doglie lievissime erano iniziate. 
"Se son così" ho detto al marito "anche molto più forti, è una passeggiata."

L'ostetrica Kate mi ha rotto le acque con un uncino di plastica.
Benvenuti all'inferno.
I dolori veri e propri sono iniziati, sempre più intensi, un crescendo di disagio. Come se un avessi avuto un'incudine all'interno improvvisamente attratta da una calamita poggiata sul pavimento. 
Ho provato ad usare l'autoipnosi pre parto, diligentemente preparata a casa con l'aiuto del cd comprato su Amazon, e finché ero nella mia stanza, avvolta da tende, nella semioscurità, sulla palla yoga, ha funzionato. Ho sofferto intensamente, però ho perso la concezione del tempo.
Sono scivolata nei sogni, o incubi.
D'un tratto l'ostetrica mi ha portato degli antidolorifici che a quanto pare avevo chiesto, mi ha parlato, mi ha fatto riemergere da quell'abisso di attutimento mentale che mi ero creata.
Adieu.

Allora il dolore è arrivato massiccio ed intollerabile, come un'onda che ti affoga.
"Si può avere un'epidurale?"
"Si, tra tre ore" mi dice.
"Tre ore?!" In quel momento per me tre ore erano un'eternità.
"Andiamo in sala parto e vediamo quanto sei dilatata."
Camminare, parlare ed aver delle mani infilate per me in quel momento era una cosa non solo dolorosa, ma semplicemente inattuabile, impossibile, inconcepibile.
Da quel momento, Richard ricorda con amore, sono diventata la protagonista de "l'esorcista". "Horrific" dice a chi gli chiede un commento sul parto. E parla usando il "noi" come se avesse partorito anche lui, e meno male che c'era lui.

Il piccolo piange, devo andare.

La natura cerca di azzittirmi, ma finirò di raccontare, la natura fa bene a tramare contro questi racconti perché non è giusto terrorizzare le future madri. 
Ma tornerò. Non so se domani, ma tornerò.

Tuesday, April 29, 2014

Non dimentichiamoci: i dolori del parto

Non ho avuto il tempo di scrivere nell'ultimo mese, avrei avuto molto da raccontare il 29 marzo, giorno in cui Sebastian è nato.
Mio figlio. 
Già. Sono diventata mamma.

Non ho scritto nulla durante l'attesa credo per scaramanzia, "credo" perché per non portarmi sfiga ulteriormente non l'ho nemmeno ammesso a me stessa.
Prima di entrare nel mondo dei sentimentalismi e della tenerezza del quale faccio parte da quando abbiamo scoperto dell'arrivo del pargolo, vorrei ricordare il parto.
Avrei dovuto scrivere qualcosa subito perchè  la pro lattina e non so quale altro ormone suo amico cancellano il trauma, confermo pienamente quello che si dice.

Eccoci: il parto. 

Mi aspettavo di soffrire, me lo avevano detto, l'ho letto, si sa.
Mi sono preparata ascoltando cd di ipnoterapia pre-parto, le storie di tutte le madri che ho incontrato durante i nove mesi di attesa, mi sono immaginata i peggiori dolori che la mia mente potesse creare ed ho provato tecniche di respirazione varie.
Mia madre ha sostenuto per nove mesi che la mia resistenza al dolore fosse  superiore alla media e che non avrei avuto alcun problema, che tutte quelle che gridano e piangono e disperano esagerano e che basta concentrarsi sulla respirazione.

Bene. 
Il dolore che mi ero immaginata? In realtà è stato dieci volte peggiore.
Mi piace raccontarmi che il dolore sia stato superiore alla media perché il parto è stato indotto, altrimenti la mia soglia del dolore si è certamente dimostrata inferiore alla media e le mamme non sempre hanno ragione.

Avevo pianificato di andare in un centro per la nascita a Melton Mowbray, dieci minuti da Oakham, paese in cui vivo, centro in cui ci sono soltanto ostetriche, nessun dottore, e se tutto va liscio, il parto avviene solo in maniera naturale, senza l'uso di antidolorifici, epidurali o gas.
La data di nascita prevista per il piccolo uomo era a metà marzo, nulla accadde quel giorno, e nemmeno durante le sue settimane successive in cui per stimolare il travaglio ho provato tutto quello che mi era stato suggerito da chi se ne intende: bere tisane alle foglie di lampone, mangiare ananas, stare sulla palla di gomma che si usa per fare yoga, mangiare piccante, passeggiare e fare le scale.
Niente. 
Quindi, come accennavo prima, il parto è stato indotto, o sarebbe stata una gestazione da elefante con troppi rischi, per questo mi hanno dovuto ricoverare in ospedale a Leicester, niente centro per la nascita naturale, piscine, palle, materassi e corde e nascite hippie, addio luci soffuse e musica a scelta. 

Mi ero immaginata le doglie a casa nel mezzo della notte, i massaggi e la respirazione e le corse all'ospedale. 
Niente di tutto ciò. 
Abbiamo telefonato all'ospedale mattino e mi hanno ricoverata la sera, quindi ci siamo goduti un pranzo in santa pace e poi ci siamo diretti, mio marito e la sottoscritta, all'ospedale verso le quattro del pomeriggio.

Alle sei stavamo ancora attendendo che qualcuno ci considerasse, perché le urgenze passano giustamente prima. Verso le sei e mezza un'ostetrica mi ha infilato una specie di tampax pieno di ormoni chimici spiegandoci che non ci restava che attendere ventiquattro ore e sperare che partissero le doglie.

Mi hanno portato poi una succulenta cena che consisteva in: una patata bollita riscaldata al microonde, uno scodellino di insalata scondita e un succo di ananas.
Benvenuti in Inghilterra! In Italia non servono certo cibo da stella Michelin, ma una patata! Fortunatamente mi ero abbuffata a pranzo.

Continuerò domani, perché di tratta di una lunga storia e stasera arriva mia madre ad aiutare , santa donna, per cui forse avrò più tempo per scrivere.

Wednesday, March 26, 2014

Bombardamento di Dresda, "Mattatoio N.5", Kurt Vonnegut



"Lui era giù nel deposito della carne, la notte che Dresda venne distrutta. Sopra si sentivano come dei passi di giganti: erano grappoli di bombe ad alto potenziale che cadevano. I giganti non la smettevano più di camminare. Il deposito della carne era un rifugio sicurissimo. Là sotto cadeva solo, di tanto in tanto, una pioggia di polvere d'intonaco. C'erano gli americani, quattro delle loro guardie, alcune carcasse di animali e nessun altro. Le altre guardie, prima che cominciasse il bombardamento, erano tornate al calduccio nelle loro case a Dresda. Sarebbero rimaste tutte uccise insieme alle loro famiglie.
Così va la vita.
Anche le ragazze che Billy aveva visto nude stavano morendo, in un rifugio molto meno solido, in un altro punto del macello.
Così va la vita.
Ogni tanto una guardia andava in cima alle scale a vedere che cosa stava succedendo là fuori, poi tornava giù e bisbigliava qualcosa alle altre. C'erano degli incendi, fuori.  Dresda era tutta una sola, grande fiammata. Quell'unica fiammata stava divorando ogni sostanza organica, ogni cosa capace di bruciare.
Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell'indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient'altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti.
Così va la vita."
"Da quelle parti il povero vecchio professore di liceo, Edgar Derby, fu sorpreso con in mano una teiera che aveva raccolto nelle catacombe. Venne arrestato per saccheggio. Fu processato e fucilato.
Così va la vita.
E poi venne la primavera. Le miniere di cadaveri furono chiuse. Tutti i soldati andarono a combattere i russi. Nei sobborghi, le donne e i bambini scavavano trincee. Billy e gli altri del suo gruppo furono rinchiusi in una stalla. E una mattina si alzarono e scoprirono che la porta era aperta. La Seconda Guerra Mondiale in Europa era finita..."
"Mattatoio N.5", Kurt Vonnegut 

Sunday, March 23, 2014

Selfie e beneficenza, le vie del Signore sono infinite




Qualche giorno fa mi imbatto, su Facebook, in una ennesima selfie di una mia ex collega che per l'appunto posta foto di sè stessa con espressioni che definirei "magnum" per chi ha visto il film Zoolander, per chi non lo ha visto (e suggerisco di vederlo almeno per un paio di scene e per poter usare riferimenti di alto livello come sto facendo) ecco, intendo dire espressioni tutte uguali, sempre cercando di sedurre l'obiettivo, sempre languide, succhiando leggermente le guance per sfilare il faccione.
Questa selfie però era leggermente diversa, la descrizione era "selfie without make up for cancer charity awerness". Una selfie senza trucco per la beneficenza contro il cancro.

Ora, le strade della beneficenza in Gran Bretagna sono infinite e a me incomprensibili.
Maratone, tagli di capelli, mesi di sobrietà, diete, lanci col paracadute, crescita dei baffi: all'inizio non capivo come funzionavano.
Mi sono informata.
Ci sono quelle che si allenano per una maratona, per esempio contro il cancro al seno, poi si aprono un profilo sul sito della maratona e chiedono donazioni: amici, parenti e conoscenti quindi versano somma di denaro. L'eroica donzella poi corre vestita di rosa, spesso indossando qualcosa di ridicolo o imbarazzante, ed oltre a rimanere in forma raccoglie qualcosa per una giusta causa.
Più l'avventura è stremante, rischiosa o ridicola , più soldi su raccolgono, se poi il protagonista è un personaggio famoso le cifre chiaramente salgono.
Questo l'ho capito, anche se mi è parso inizialmente strano, mi son chiesta come mai la gente non è sensibile alle cause direttamente, comunque ricevuto.
A novembre c'erano quelli che si facevano crescere i baffi e raccoglievano soldi per il cancro alla prostata attraverso lo stesso meccanismo. Se funziona, fantastico.

La selfie senza trucco però mi era sembrata veramente fuori luogo, ero convinta fosse un'iniziativa maldestra di una vanitosa-finto-buonista che un effetti non si era nemmeno curata di scrivere a chi donare e come.
Poi che succede?
Le selfie senza trucco sono spuntate su Facebook e Twitter viralmente, raramente con indicazioni su come donare e a chi. Queste foto di ragazze senza trucco quasi sempre carine lo stesso, molto studiate, sembravano frutto di una mancanza di sensibilità verso il problema del cancro, non un aiuto.
Due giorni dopo al telegiornale se ne parla, il fenomeno dilaga,  salta fuori che non si sa da chi sia partita l'iniziativa, ma l'associazione di beneficenza uk contro il cancro in poche ore ha ricevuto un milione di sterline proprio in seguito a questa ondata di selfie. Molte hanno postato e donato tre sterline, alcune avranno solo postato.

Ero basita.
Non ho ancora capito il meccanismo della selfie senza trucco che fa scattare la donazione.
Comunque ho provato a farmi una selfie senza trucco, ma facevo veramente pietà, non volevo mettermi in posa e poi non ero convinta... allora ho solo donato tre pound via sms.
L'ho fatto per scaramanzia, generosità, emulazione, noia?
Non lo so, ma ben vengano le donazioni senza spiegazione.
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Sunday, March 16, 2014

"Alla ricerca del tempo perduto", missione compiuta




Non ci posso credere.
La mia autostima é improvvisamente lievitata: ieri notte verso le due ho finito di leggere "Alla ricerca del tempo perduto".
Mi manca già.
Non l'avrei mai detto.
E il tempo oggi è più circolare che mai.

"...mi sembrava che non avrei avuto la forza di tenere ancora avvinto a me quel passato che discendeva così lontano. Se almeno essa mi fosse stata lasciata abbastanza a lungo da poter condurre a compimento la mia opera, non avrei mancato anzitutto di descriverli gli uomini, anche se questo avrebbe potuto farli somigliare a esseri mostruosi, come occupanti un posto ben altrimenti considerevole, accanto a quello così angusto riservato loro nello spazio: un posto, al contrario, prolungato a dismisura,- poiché essi toccano simultaneamente, giganti immersi negli anni, età così lontane una dall'altra, tra le quali tanti giovani sono venuti ad interporsi, - nel Tempo."
"Alla ricerca del tempo perduto" - "Il tempo ritrovato", Marcel Proust

"I Guermantes" - "Alla ricerca del tempo perduto", Marcel Proust

"Il marchese di Palancy, con il collo teso, il viso di traverso e un grosso occhio rotondo schiacciato contro il vetro del monocolo, si spostava lentamente nell'ombra traslucida e sembrava non vedere affatto il pubblico della platea, come un grosso pesce che passi, ignorando la folla curiosa dei visitatori, dietro la parete vetrata di un acquario. Egli si arrestava talvolta, venerabile, ansimante e schiumoso, e gli spettatori non avrebbero potuto dire se stesse soffrendo, dormendo, nuotando o facendo l'uovo, o semplicemente respirando."

Wednesday, March 12, 2014

Borgo Ticino

Risistemando i cassetti ho ritrovato un vecchio foglio datato 10 Aprile 2000, Pavia.
Una botta di ottimismo.

Borgo Ticino

Asmatica quotidianità,
Grigia monotonia delle cose.
Di questo borgo piovoso,
Annegato.
Minuscoli negozi formica
Dove si chiacchiera di intrecci mediocri,
Tra il pane e il banco degli affettati.

Il vento gelido pizzica il viso,
L'umidità del fiume infradicia
Le ossa.

Cielo plumbeo e strade luccicanti
Odore di rifiuti, legno marcio bruciato
Muri freddi, solitudine schiacciante.

Questo ho intorno.
Ed è come se nulla cambiasse mai.

Quando vado,
Torno.
Quando dormo,
Mi sveglio.

Riscivolo negli stessi oscuri sogni.

È aprile e fa ancora molto freddo.

Wednesday, March 05, 2014

L'hiver, cette nuit a Pavia...

Nel 2002 abitavo a Pavia, in un appartamento spazioso ed irregolare, affollato di studenti universitari e di camere polverose, dai soffitti alti, dalle pareti che avevamo dipinto di mille colori, senza criterio  né particolari inclinazioni artistiche.
Ad un certo punto condividevamo la casa in otto, con un solo bagno ed un minimo di cinque ospiti fissi ogni giorno, sempre tra i piedi, dal mattino alla sera.
Alcuni li si ritrovava assopiti sul divano al mattino.
Erano anni di irrazionale libertà, d'azione e di pensiero, di sregolatezza, di feste, di poche pulizie e di lunghe chiacchierate.
Sono stati gli anni in cui ho dato più esami, mentre i miei coinquilini guardavano partite di calcio e giocavano a poker nella camera adiacente a quella in cui dormivo e sognavo.
Finalmente avevo una camera da letto mia, era la prima stanza che non dovevo condividere e potevo farci quello che volevo, era una sensazione magica ed inebriante.
Il mio letto-rifugio era in cima ad un soppalco e, dal giaciglio doppio, se lasciavo le tende aperte, potevo contemplare lo scorrere del Ticino ed il Ponte Coperto.
Potevo star seduta sul balcone e studiare davanti al fiume.



Oggi ho trovato un foglio datato 18 marzo 2002, sul quale avevo copiato una poesia che un ospite francese, che esercitava la professione di medico in un piccolo paese di campagna del quale mi sfugge il nome,  aveva lasciato scritta sul muro di fianco al letto durante l'inverno.

Déshabillé Rimbaud

L'hiver, cette nuit a Pavia
trouva un couche déserté

Des mot italique, illisibles a l'esprit
couraient atour sur le murs;

Des cendres intimes, un boite à encens
un pyjama plié en tendre
rendaient les coins moelleux,

bien-être-femme

Dans le molecularisation
et l'abandon fatigué
un pont, indiscret comme accent circonflexe
à la vitre, de l'autre rive, se jetait
malignement, tout près, tout près.

Et couleurs...et voyelles...

Je dirai quelque jour vos naissances matines.


Le frasi, parole, poesie, correvano sui muri e lui non ne capiva il significato.
Ero rimasta a dormire dal ragazzo con cui mi vedevo allora, non lo definirei fidanzato, e gli avevo lasciato la stanza per una notte. Non ricordo il suo nome...Jean Paul o un Jean qualcos'altro.
Ricordo che ci aveva chiesto di tradurre la poesia in italiano ed in inglese, per sperimentarne l'effetto in diverse lingue.
Indossava bretelle e mi avevano detto che non si faceva pagare per le visite, il più delle volte veniva ricompensato con un pollo, dei vestiti, delle uova, cose del genere.
Mi piace credere che fosse davvero così.

Wednesday, January 29, 2014

Il popolo britannico ed i bicchieri di vino

La popolazione britannica non riesce a dissociare il relax dall'assunzione di alcol.
Ci sono quelli che escono e si devastano, ma anche quelli che non escono e conducono una vita più ritirata, la sera si rilassano dopo il lavoro e si bevono un bicchiere di vino.
Quelli che bevono vino bianco si sentono più sofisticati e meno alcolizzati.
Il rosso lo bevono quelli che di vogliono sentire meno effemminati se di sesso maschile o passionali se si tratta di donne.
Tutti a casa, durante le serate infrasettimanali, senza alcuna eccezione, dicono che si bevono un bicchiere.
Nella realtà un bicchiere di vino per un britannico equivale a tre calici italiani e il bicchiere di vino non è mai uno.
Spesso per bicchiere intendono bottiglia.
Non inizio nemmeno a cercare di spiegare quanto bevono quando escono per una sbronza.

Sunday, January 26, 2014

'Alla ricerca del tempo perduto'- All'Ombra delle Fanciulle in Fiore



"Sottoponevo così alla nonna le mie impressioni...una volta le dissi: - Senza di te non potrei vivere. - Ma non bisogna - mi rispose con voce turbata. - Bisogna render più duro il nostro cuore. Altrimenti, che succederebbe di te se io partissi per un viaggio? Spero invece che non faresti sciocchezze e saresti felicissimo. - Non farei sciocchezze se tu partissi per qualche giorno, ma però conterei le ore. - ma se partissi per dei mesi... (A questa sola idea il cuore mi  si stringeva), per degli anni, per...
Tacevamo tutti e due. Non osavamo guardarci. Eppure, soffrivo più della sua angoscia che della mia. Perciò mi avvicinai alla finestra e con voce distinta, le dissi, distogliendo gli occhi da lei:
- Sai come io sia un essere abitudinario. I primi giorni che vengo separato dalle persone a cui voglio più bene, mi sento infelice. Ma, pur volendo sempre loro tanto bene, mi abituo, la mia vita diventa calma, dolce; sopporterei di essere separato da loro per mesi, per anni...
Dovetti tacere e guardare fuori la finestra. La nonna uscì un momento dalla camera. Ma il giorno dopo mi misi a parlare di filosofia, con il tono più indifferente, e tuttavia procurando che la nonna facesse attenzione alle mie parole; dissi che era un fatto curioso: dopo le ultime scoperte della scienza il materialismo pareva indebolito e la cosa più probabile era ancora l'eternità delle anime ed il loro ritrovarsi nell'aldilà."
'Alla ricerca del tempo perduto' - Le fanciulle in fiore -
Marcel Proust

"Alla ricerca del tempo perduto" - La strada di Swann -



"Di tutte le forme di generazione dell'amore , di tutti gli agenti di disseminazione del sacro morbo, è certo uno dei più efficaci quel gran soffio d'agitazione che a volte passa su di noi. Allora l'essere la cui compagnia ci è gradita in quel momento, la sorte ne è tratta, per lui sarà il nostro amore. Non è necessario neppure che ci sia piaciuto sino allora di più o anche altrettanto come altri. Ciò che occorre è che la nostra inclinazione per lui divenga esclusiva. E questa condizione s'avvera quando - nel momento in cui ci è mancato - alla ricerca dei godimenti che ci dava la sua grazia, si è sostituita bruscamente in noi una necessità ansiosa, che ha per oggetto quello stesso essere, una necessità assurda, che le leggi di questo mondo rendono impossibile a soddisfare e difficile a guarire - la necessità di possederlo."
"Alla ricerca del tempo perduto" - La strada di Swann -
Marcel Proust