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Saturday, September 10, 2016

Stoner di John Williams




Non ho mai creduto che certi libri sacri fossero stati scritti da mano divina.
Il nostro mondo, il tempo, lo spazio ed i sensi sono limitanti e non possono che spiegare i misteri dello spirito attraverso le parole di uomini.
Parole che lo sguardo chirurgico e dilatato della storia non può che confermare: sono opera di uomini al lavoro.
Poi mi è capitato di leggere alcuni capolavori e di pensare che certe opere possono nascere soltanto da una ispirazione metafisica, da rari momenti di unione con il tutto.
Non c'è altra spiegazione.
Quando abbiamo iniziato a separare l'umano dl divino?
Certi passaggi di opere, certi dipinti, certe poesie sono certo frutto di illuminazione, elevazione, unione con Dio.
Così quando ho letto Stoner di John Williams mi è parso di scoprire un tesoro, un rinnovato senso della vita.
Mi sono ricordata quanto per me la parola scritta sia sacra, sia molto più reale delle immagini, quanto mi tenga in vita.


     “Cosa ti aspettavi?, pensò di nuovo.
     Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabili che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva…”
“Una morbidezza lo avvolse ed un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo accolse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato. 
     La testa si voltò. Il comodino era carico di libri che non toccava da tempo. Vi lasciò correre la mano per un istante e si stupì della sottigliezza delle dita, dell’intricata articolazione delle giunture mentre le fletteva. Sentì la forza dentro di loro e lasciò che prendessero un libro dal mucchietto sul comodino. Era il suo libro che cercava, e quando la sua mano lo prese, sorrise vedendo la copertina rossa tanto familiare ormai sbiadita e consumata dal tempo.
     Poco gli importava che il libro fosse dimenticato e non servisse più a nulla. Perfino il fatto che avesse avuto o meno qualche valore gli sembrava inutile. Non s’illudeva di potersi trovare in quel testo, in quei caratteri scoloriti. E tuttavia, sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì e vi sarebbe rimasta.
     Aprì il libro, e mentre lo faceva, il libro smise di essere il suo.
     Lasciò scorrere le dita lungo le pagine e sentì un fremito, come se quelle fossero vive. Il fremito gli attraversò le dita e corse lungo la carne e le ossa. Ne era profondamente cosciente e aspettò fino a sentirsene avvolto, finché l’eccitazione di un tempo, simile al terrore, non lo immobilizzò nel punto in cui era steso. La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riesci a vedere cosa c’era scritto.

     Le dita si allentarono e il libro che tenevano si mosse piano e poi rapidamente lungo il corpo immobile, cadendo infine nel silenzio della stanza.”  Stoner di John Williams