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Saturday, August 12, 2017

Marmellata di prugne

Non si sono mai parlati davvero in vent’anni di matrimonio.
Hanno occupato gli stessi spazi.
Arrivò un bimbo da inserire in mezzo, per poter parlare ancora meno. 
Hanno fumato innumerevoli sigarette e bevuto caffè insieme.
Poi lui è morto e lei ha smesso di fumare.
Si è messa a pensare.

Mi dice la signora che fu un colpo di fulmine.
Per tre anni, giovani ed innamorati, passeggiavano per la città di Treviso senza nemmeno accorgersi degli altri.
Lui la prendeva in braccio, lei era leggera e bella.
Lui era vecchio già da piccolo, lei aveva sette anni in meno, ma sembrava ancora più giovane: bionda, esile, raffinata.

Lei amava la montagna e lo sci, lui il mare e la barca.
Lei leggeva e lui agiva.

Lui di estrazione nobile, a dieci anni lo mandarono in collegio perché si muoveva troppo.
Lui si ammalò e mandò lei da dai dottori, ma non ne volle mai parlare.
Lui si indebitò e rimase soltanto una casa, un piccolo castello.
Lo volle con un soppalco, un gran camino, un tavolo rotondo, una serie particolare di mobili.
La moglie scoprì anni dopo che la casa che volle costruire per loro era identica a quella in cui lui visse da bambino, fino ai dieci anni.
Prima del collegio.

A questo la moglie ha pensato dopo e si rimprovera di non aver fatto nulla.
Quando perse tutto il denaro e le cose lui si trovò vuoto e si riempì di una grave malattia.
Ho detto alla moglie che di colpe non ne ha, siamo isole.
Faceva la marmellata questa mattina, di prugne, nella sua casa che ora è un bed and breakfast.


Tuesday, August 08, 2017

Abbracci Ferroviari

Oggi abbiamo deciso di passare il pomeriggio a Pavia: un ritorno nostalgico nella città in cui abitavo.
Abbiamo preso il treno io, mia madre e il Pallino. 
Il treno Valenza Pavia resta la carovana del Far West dieci anni fa: un microscopico mezzo formato da due vagoni antichi dai sedili consunti.
Abbiamo conversato con una ragazza polacca che lavora con i rifugiati, ne aveva una seduta a fianco, la stava portando all'ospedale a fare dei controlli.
Sospetto che il suo definire i rifugiati musulmani peggiori dei cristiani avesse a che vedere con il retaggio iper cattolico polacco, sospetto soltanto, comunque si trattava di una ragazza molto energica, vivace, volenterosa, empatica ed intelligente. 
La ragazza che era con lei non parlava italiano e stava seduta, quasi rannicchiata, rigida e a disagio, in un angolo. 
Ho cercato di conversare in inglese: mi ha detto che viene dalla Nigeria ed è arrivata la scorsa settimana in Sicilia, ora l'hanno trasferita a Mede. 
Mi ha detto di essere arrivata con un barcone e non ne ha voluto parlare, ha visto gente morire sul barcone, questo me lo ha detto. Cosa ha visto e vissuto nessuno mai lo saprà e lei farà bene a non dirlo se non vuole.
Poi mia mamma ha detto che si sentiva quasi di abbracciarla, io le ho detto questa cosa in inglese.
Allora lei si è alzata e si sono abbracciate strette con mia mamma, poi ha abbracciato anche me.
È stato un momento puro.
Non è stato nulla di che, ma in questi piccoli gesti si vede la nobiltà d'animo di mia madre.
Poi è rimasta un po' malinconica, per tutta la giornata.


Tuesday, May 30, 2017

Il tempo e gli amici immaginari

"Quando avevo cinque anni ero andato con mio fratello a pescare", "Quando ero più grande andavo in montagna a raccogliere le fragole", "Anche io una volta abitavo da solo", "il mio amico si è fatto male ad un piede e l'ho portato dal dottore".
Mio figlio di tre anni, a parte il fratello o amico immaginario che spesso compare nei racconti o al nostro fianco, sostiene di aver avuto delle esperienze in passato quando era più grande.
Non metto in dubbio che sia frutto della sua fantasia, ma non me la sento di correggerlo sul concetto di tempo.
Nessuno può dire con certezza come si srotoli il tempo, la differenze tra il percepito e la realtà.
Per cui lo lascio dire, magari possiede una saggezza antica che razionalità ed condizionamenti cancellano in noi adulti.
Siamo soltanto quello che ci immaginiamo, quello che percepiamo. Quella che chiamiamo realtà potrebbe essere soltanto una visione di massa.
Potrebbero trattarsi soltanto di amici immaginari, di immaginazione, di gioco, ma questa faccenda del tempo che graficamente si svolge in linea retta non convince più nessuno.



Sunday, May 21, 2017

Le Farfalle e il Pesce, da "1Q84", Haruki Murakami




"No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo una dall'altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno  vengono qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fissero dissolte nell'aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esitano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo", da "1Q84", Haruki Murakami.

Murakami allinea le parole e disegna leggerezza.
Come se dipingesse con acquerelli linee geroglifiche dalla bellezza misteriosa, mascherata, contenenti segreti soltanto percepibili.
Le farfalle scompaiono, svaniscono.
Sono stata a trovare i miei genitori in Italia, dopo un paio di settimane torno a casa e così è successo al mio pesce: svanito.
Era un pesce senza nome, senza particolarità. Sembrava una alice o forse una sardina, uno di quei pesci che sgranocchi come aperitivo in pastella.
Aveva certamente sei anni, forse di più.
Era sopravvissuto ad altri tre compagni, forse li aveva mangiati lui.
Richard lo ha nutrito, in realtà è suo, lo sfamava sempre lui comunque.
Non si sa cosa sia successo, nemmeno quando, sul dove si possono fare delle congetture.

Ho guardato nell'acqua algosa che ormai da un mese va cambiata e c'erano soltanto lumache pulitrici.
Svanito, volatilizzato.
Non eri poetico come le farfalle di Haruki e non ti facevo gran discorsi, ma sembravi sereno.
Che l'acqua ti sia lieve my friend.

Monday, May 01, 2017

Richard Yates - Revolutionary Road




"Fu solo quando giunse al punto in cui doveva dire: "e allora dò di gomito a quello che stava vicino a me e gli dico: 'Ehi che giorno è oggi?'" che cominciò a sentirsi imbarazzato, ma  ormai era troppo tardi, non gli restò altro da fare che finire il racconto: "E così ho scoperto che era il mio compleanno'. Ora sapeva di aver raccontato la stessa storia ai Campbell un'atra volta, usando quasi le stesse parole, doveva essere successo l'anno prima, quando ne aveva compiuti ventinove.
I Campbell, marito e moglie, fecero udire coscienziosamente piccole risatine divertite, e Shep diede un'occhiata all'orologio. Ma la cosa peggiore - la peggiore di tutto il fine settimana, se non della sua vita fino a quel giorno - fu la maniera in cui April lo guardava. Non aveva mai visto, negli occhi di lei, quello sguardo di tedio compassionevole.
Una cosa che lo tormentò per tutta la notte, che trascorse da solo; e che era ancora lì al mattino, mentre inghiottiva il caffè e, a retromarcia, percorreva il viottolo di ingresso con la Ford scassata che usava per andare e tornare dalla stazione. E sul treno, diretto a lavoro - uno dei passeggeri più giovani e più in forma - se ne stette seduto con l'aria di un uomo condannato a una morte molto lenta e priva di dolore. Si sentiva di mezza età."
Richard Yates - Revolutionary Road

Tuesday, April 04, 2017

Psicanalisi

Si è accartocciata la linea del tempo,
un fragoroso bagliore lattiginoso e accecante.

Sono scivolati dentro all'imbuto diari e vecchie lettere,
cornamuse e violini,
vecchi film e parate.

Rotolati all'interno e mischiati,
da lancette storte e polverose.
Lucenti però. Laccate.
Poltiglia.

Tutte le pagine e le pergamene,
tutte dentro, formiche quali sono.

Psicanalizzatele ora,
queste briciole stantie.
Nessuno le ricorderà,
le potrà separare.

Psicanalizzatele ora.






Wednesday, March 29, 2017

Case del passato


Quand'ero bambina, i pomeriggi erano interminabili.
Quando si faceva buio ed i miei genitori non erano ancora rientrati da lavoro, nell'attesa, mia nonna Bina si sedeva sul divano di velluto giallo-marrone ed io appoggiavo la testa sul suo grembiule a fiori.
Stavamo lì, sospese nel tempo. Lei mi raccontava delle storie che univano il suo passato al mio presente, la leggenda alla storia, l'assurdo alla quotidianità.
Così alleviava l'attesa.
Ancora oggi le storie mi alleviano l'attesa.
Di cosa non so.

Mi raccontava del suo passato. Di quando prima di sposarsi alloggiava e lavorava in un ristorante- albergo che si affacciava sul Po, fuori Valenza: il "Barachin del Moro".
Ne parlava spesso come di un periodo mitologico della sua vita,  nonostante si trattasse di un lavoro umile e di sfruttamento. Descriveva le sue datrici di lavoro come delle benefattrici soltanto perché le davano un tetto, le regalavano vestiti usati e a Natale pezzi di stoffa per farsene dei nuovi.
Ogni giorno si svegliava prima dell'alba ed iniziava strofinando macchie dalle tovaglie usando la cenere del camino e concludeva la giornata la sera tardi, spreparando gli ultimi tavoli degli avventori barcollanti e mettendo a mollo stoviglie e tovaglie.
Lì conobbe il futuro marito, il nonno Remo, che non ho mai conosciuto.
Pare che anche lui fosse un avventore barcollante del fine settimana.

C'era la storia del gigante.
A quanto pare un gigante che lavorava al circo si presentò un giorno al Barachin del Moro e prenotò una stanza per un paio di notti. A quanto pare era incredibilmente alto, una rarità anche per il mondo del circo, un caso da Guinness dei primati.
A quanto pare lo condussero in una stanza, ma presto mia nonna ed un'atra furono chiamate in soccorso: il gigante non riusciva a riposare perché il letto era troppo corto.
Così la nonna dovette aggiungere non una, ma ben due sedie in fondo al letto, ed una coperta, così il gigante riuscì a stendere le sue lunghissime gambe.

Poi c'era quella del palombaro con la labirintite.
A quanto pare tirarono fuori dal Po un palombaro in pericolo: non riusciva più a risalire dal fondo del fiume a causa di un attacco di labirintite.

C'era poi una vecchia signora che trovarono morta, con la faccia mangiata dai topi.
Questo accadde nel quartiere nel quale abitava, quando era piccola.
Chissà da dove giunge questa mia fobia dei topi...
Che storia graziosa.

C'era poi la classica leggenda metropolitana: quella di un carro, o forse una macchina, che nella nebbia di novembre diede un passaggio ad una ragazza trovata sul ciglio della strada.
Una ragazza con una vestito lungo, bianco, pallida e disorientata.
Il signore del carro seguì le indicazioni della ragazza e la lasciò nella nebbia.
Soltanto il giorno dopo ripercorse la strada mentalmente e capì che l'aveva lasciata davanti al cimitero.
Venne poi a sapere che la ragazza era morta.
Un classico.

C'era poi quella della famiglia di gatti microscopici che viveva sotto terra, in un buco.
Questa in realtà se la ricorda mia madre.

Ora questo rimane della nonna Bina: le sue storie.
Le racconto in versione meno terrorizzante anche al mio bimbo, che a sua volta ricorderà alcuni particolari modificati. O nulla.
E la memoria sbiadisce.

Non mi raccontava mia nonna della guerra.
Nè della sua bambina di tre anni che le morì tra le braccia.
Ma certe cose anche se non sono raccontate traspirano.

Nella sua casa dove il tempo era scandito dal tic tac di un vecchio orologio e dal crepitio della stufa a gas le storie erano scritte sui muri. Si giocava a carte e mi faceva sempre vincere, giocavo al negozio di verdure con bilancia e pomodori veri, attaccavamo figurine e preparavamo i gnocchi.

Non le storie in sė ma il significato distillato viene assorbito per osmosi quando si passa così tanto tempo insieme.
Ed io con mia nonna Bina di tempo ne ho passato.

Friday, February 03, 2017

Un tempo la California...





"Un tempo la California apparteneva al Messico e la sua terra ai messicani; ma un'orda di americani laceri e famelici la invase. Ed era tale la lor fame di terra, che si impadronirono della terra: rubarono quell di Sutter, rubarono quella di Guerrero, arraffarono le concessioni e le smembrarono, e se le contesero con le unghie e con i denti, quegli uomini scatenati ed avidi; e la terra che avevano rubato la sorvegliavano con i fucili in mano... e l'uso era possesso ed il possesso era proprietà.

I messicani erano deboli e sazi. Erano incapaci reagire perché non volevano niente al mondo con la stessa ferocia con cui gli americani volevano la terra."

Capitolo 19, Furore "Grapes of Wrath", John Steinbeck

Sunday, January 22, 2017

"Sostiene Pereira", Antonio Tabucchi




"...Pereira si alzò e lo salutò. Lo guardò allontanarsi e si sentì una grande nostalgia, come se quel commiato fosse irrimediabile...""E quando il dottor Cardoso uscì dalla porta e e scomparve nella strada, lui si sentì solo, veramente solo, e pensò che quando si è veramente soli è il momento di misurarsi con il proprio io egemone che vuole imporsi sulle correnti delle anime. Ma anche se pensò così non si sentì rassicurato, sentì invece una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira."

Friday, December 16, 2016

In viaggio con la torta paradiso







Mio padre, nato e vissuto in Piemonte e spostato dalla regione natia soltanto con massicce opere di persuasione, un uomo che canta e sorride da una vita soltanto quando le vacanze e le gite fuori porta sono concluse, fece il militare nei bersaglieri e trascorse un periodo indefinito a Napoli, erano gli anni '60.
Napoli era una meta esotica temuta ed immaginata come: caotica, straripante di cibarie, truffaldina, rumorosa, maggiorata, invadente e con un sistema fognario medievale.
Mia nonna Esterina, detta Rina, sua madre, quando un membro della famiglia partiva per una vacanza o una trasferta aveva l'indiscusso onore di fare la valigia, rito che si perpetuò di generazione in generazione. Ricordo nitidamente come stese tutti i miei vestiti sul letto matrimoniale dei miei e li allargò, uno a uno, nella grande valigia che mi portai nella mia prima trasferta a Premeno, quando a sei anni andai in colonia. La stessa tecnica certamente la applicava con mio padre. Non c'era posto per nascondere nulla, tutto era steso e stirato alla perfezione, nessun angolo segreto, nessun posto per stropicciamenti maldestri.

Giornalmente mio padre vendeva agli altri militari, alla mensa, la sua razione di vino per racimolare denaro al fine di acquistarsi un panettone. Credo vendesse anche porzioni di frutta e lettere per le fidanzate di alcuni commilitoni semi-analfabeti o poco romantici.

Fatto sta che l'obiettivo era un panettone al giorno.
E ogni sera si mangiava un panettone con il latte.

Il signor Magarotto, conoscente dei miei nonni, si recò a Napoli in visita ad un parente proprio nel periodo in cui faceva il militare "il Giusep", mio padre.
Mia nonna dunque fece preparare una torta paradiso alla panettiera e la diede al signor Magarotto con la missione di consegnarla "al Giusep, gram fiò." E il signor Magarotto così fece, perché pochi osavano contraddire mia nonna.

Certo la nonna Rina non si immaginava che Napoli gremisse di pasticcerie, poco si sapeva allora di mete così esotiche, e poco tempo aveva la nonna Rina da sprecare leggendo informazioni, lavorando dodici ore al giorno. Non sapeva nemmeno che il Giusep si stava procurando un panettone al giorno.

Così il signor Magarotto viaggiò in treno con la sua valigia e con la torta paradiso come bagaglio a mano. 




Sunday, October 30, 2016

Danish Style - Non prendiamolo troppo seriamente






Nel Regno Unito spopola il Danish Style.
Si tratta di mode: il "clean eating", i libri da colorare per gli adulti, il prosecco: sembrava fossero la soluzione ad ogni problema.
Ora c'è il Danish style.
Ci sono cascata dentro anche io: tovaglie, tovagliette, posate e mobili per il piccolo, tutto Danish. A ben pensarci la casa in cui vivo è abbastanza Scandi.

Il mio punto è: non esageriamo.
Si legge ovunque Hygge, pare la cura a tutto.
Hygge evoca candele al profumo di cannella, atmosfere intime, caminetti, gente di razza ariana, preferibilmente attraente, minimalista, di mentalità aperta, preoccupata per il riscaldamento globale, con prole silenziosa e ben educata che gioca con oggetti rigorosamente in legno.

È un tripudio di oggetti e mobili Danesi in ogni negozio che si rispetti, ma questo ci sta.
Ma il fatto che il weekend a Copenaghen sia diventato trendy, sopratutto se coronato da, per chi se lo può permettere, una cena da Noma, questo mi pare eccessivo.
Si prenota prima la cena da Noma. Bisogna iniziare a provare a trovare un tavolo sei mesi prima e si accetta qualsiasi giorno, poi in base a quello si prenota il volo.

Poi bisogna mangiare pane di segale.
Va bene.
Ma pure lo stile di vita?
Non credo che accendere due candele ed ubriacarsi con una coperta di lana sia la chiave della felicità.
Nonostante il pessimismo regnante in Italia, forse possiamo ancora insegnare qualcosa ai nordici sullo stile di vita?
Oh yes!








Saturday, October 29, 2016

Non scrivo da un po'.

Non scrivo da un po'.
Capita di non avere nulla da dire.

Ogni giorno verso l'alba riaffioro dal sonno e mi trovo un piccolo uomo di fianco e uno adulto un po' più in là. Quello piccolo ha il mio amore indiscusso, quello grande dipende.
Con facilità scivolo nuovamente nel torpore e sogno.

Alle sette e mezza scendo dal letto e ricordo nitidamente sogni spesso inenarrabili.
Insieme ad una mia amica di infanzia avveleniamo suo zio e lei dichiara di voler uccidere anche il padre con delle frecette tropicali. Psicomagia onirica.
Oltre a casa mia ricordo di aver una seconda casa, con muri doppi e stanze segrete, che ho paura di esplorare.

Intrisa di metafore scendo in cucina, bevo acqua tiepida e limone, sorseggio un caffè e nutro me e il piccolo uomo.
Poi gioco o lavoro, non ho tempo di essere triste, né di essere troppo felice.

Così tra il sonno e la veglia poco rimane da dire di questi tempi.



Saturday, September 10, 2016

Stoner di John Williams




Non ho mai creduto che certi libri sacri fossero stati scritti da mano divina.
Il nostro mondo, il tempo, lo spazio ed i sensi sono limitanti e non possono che spiegare i misteri dello spirito attraverso le parole di uomini.
Parole che lo sguardo chirurgico e dilatato della storia non può che confermare: sono opera di uomini al lavoro.
Poi mi è capitato di leggere alcuni capolavori e di pensare che certe opere possono nascere soltanto da una ispirazione metafisica, da rari momenti di unione con il tutto.
Non c'è altra spiegazione.
Quando abbiamo iniziato a separare l'umano dl divino?
Certi passaggi di opere, certi dipinti, certe poesie sono certo frutto di illuminazione, elevazione, unione con Dio.
Così quando ho letto Stoner di John Williams mi è parso di scoprire un tesoro, un rinnovato senso della vita.
Mi sono ricordata quanto per me la parola scritta sia sacra, sia molto più reale delle immagini, quanto mi tenga in vita.


     “Cosa ti aspettavi?, pensò di nuovo.
     Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabili che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva…”
“Una morbidezza lo avvolse ed un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo accolse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato. 
     La testa si voltò. Il comodino era carico di libri che non toccava da tempo. Vi lasciò correre la mano per un istante e si stupì della sottigliezza delle dita, dell’intricata articolazione delle giunture mentre le fletteva. Sentì la forza dentro di loro e lasciò che prendessero un libro dal mucchietto sul comodino. Era il suo libro che cercava, e quando la sua mano lo prese, sorrise vedendo la copertina rossa tanto familiare ormai sbiadita e consumata dal tempo.
     Poco gli importava che il libro fosse dimenticato e non servisse più a nulla. Perfino il fatto che avesse avuto o meno qualche valore gli sembrava inutile. Non s’illudeva di potersi trovare in quel testo, in quei caratteri scoloriti. E tuttavia, sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì e vi sarebbe rimasta.
     Aprì il libro, e mentre lo faceva, il libro smise di essere il suo.
     Lasciò scorrere le dita lungo le pagine e sentì un fremito, come se quelle fossero vive. Il fremito gli attraversò le dita e corse lungo la carne e le ossa. Ne era profondamente cosciente e aspettò fino a sentirsene avvolto, finché l’eccitazione di un tempo, simile al terrore, non lo immobilizzò nel punto in cui era steso. La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riesci a vedere cosa c’era scritto.

     Le dita si allentarono e il libro che tenevano si mosse piano e poi rapidamente lungo il corpo immobile, cadendo infine nel silenzio della stanza.”  Stoner di John Williams

Thursday, June 09, 2016

Il piccolo uomo che dorme

Guardo il piccolo uomo che dorme di traverso nel nostro letto, fortunatamente King size. 
Dovrebbe dormire nel suo lettino che siamo riusciti ad accaparrarci prima che nascesse negoziando su Ebay, siamo andati fino a York per recuperarlo. E a cosa serve? Ci mette i peluche a dormire.

Guardo il piccolo uomo che dorme, dorme dalle nove, non certo dalle sette come tutti i bimbi anglosassoni. 
Anche in quello rimango con un piede in Italia ed uno nel Regno Unito.
Qui mi comunicano velatamente che il piccolo va a dormire tardissimo e si chiedono come possa saltare la fase del relax con un bicchiere ed il figlio a letto, mentre in Italia se la ridono quando sono ospite dai miei e lo trovano addormentato alle otto e mezza, i  loro figli saltano e giocano sino alle dieci e mezza.

A stare con un piede in Inghilterra ed uno in Italia ti manca sempre qualcosa e paradossalmente è una condizione privilegiata. 
Permette di relativizzare, di apprezzare, di liberarsi del peso di alcune parole liberandole nella lingua altra. 
Aborro il suono della parola "puzza" ma "smell" non ha peso.
"Amore" mi fa venire la nausea, ma "love" è quasi pop art.

Stando con un piede altrove sono fuori dalle dinamiche famigliari nel bene e nel male, dalle etichette che involontariamente ti appioppa chi ti conoce da sempre, dalla schiavitù della moda, dalla dipendenza dal giudizio delle persone (qui non ne conosco abbastanza).
Sono fuori.

E che il piccolo uomo dorma quando gli pare.


Wednesday, May 25, 2016

"These Days" e cortili


Non pubblico video solitamente.
Questo artista non lo conosco nemmeno e non si tratta del genere di musica che ascolto di solito.

"These days" cantava questo signore con l'aria da surfer malinconico, mentre percorrevo in diagonale i cortili dell'Università pavese, tra le magnolie fuorvianti ed un crepuscolo acciottolato.
Non sarebbe stata sperimentale abbastanza per essere sentita in pubblico questa canzone, le cui parole esprimevano esattamente quello che avevo in testa quella sera, ma avevo le cuffie ed andava bene così.

Avevo bisogno di esasperare quello stato d'animo.
Avevo bisogno di espiare il male che avrei provocato coltivandone un po' anche in me.
Avevo bisogno di raccontarmi che si sta parecchio male a far del male, che non era della situazione scomoda che avevo timore o della mia incertezza.

Quella sera dopo un bicchiere di grappa in più ho poi deciso di cambiare strada.
E se riavvolgo il tempo e guardo quella ragazza da dietro l'angolo, anzi, se mi faccio dare un passaggio da un uccello di dimensioni importanti e la guardo dall'alto, sì dall'alto, questa ragazza non è che una formica. 
Vile e falsa, come siamo tutti.
Se mi rimpicciolisco invece la vedo decidere le sorti del mondo, uccidere pianeti che girano intorno al suo stomaco e popolazioni che risiedono sotto la sua ascella destra.

Fa assolutamente bene struggersi talvolta. 
Più si è giovani e più lo consiglio.
Enfatizzare il tutto con canzoni da sentire in pubblico sul pessimismo comico e da sentire in cuffia sulle storie finite. 

Poi si cresce ed arriva un momento in cui forse è meglio evitare.
In cui a sentire troppa musica triste si diventa tristi davvero.

A camminare tra i cortili vedo un movimento impercettibile verso il futuro.








Thursday, May 19, 2016

Social in azienda, servirà?

Con la nuova start-up della quale sono socia mi trovo a svolgere varie mansioni: dalla contabilità al crowdfunding, dalle traduzioni ai preventivi, dai social media alle spedizioni.

Facebook, il vecchio compagno sociale contraddistinto da quella sfumatura di blu che certamente diventerà "blu Facebook" tra qualche anno, quello non lo temo. Su Facebook mi sento a casa.
talmente a casa da dimenticare dove sono a volte mentre ci navigo.
Su Facebook ho ritrovato quello che è ora mio marito alcuni anni fa. 
Non conosco le potenzialità pubblicitarie del mezzo, ma almeno conosco il mezzo.

Mi sono trovata invece a dover twittare e a postare foto su Instagram.
Per ora lo sto facendo giornalmente, ma non capisco nulla delle potenzialità pubblicitarie di questi social ai quali presto dovremo aggiungere quantomeno Pinterest.

A quanto pare ci dovremmo quanto meno attenere alla regola del 80-20, ovvero si dovrebbe postare per l'80% cose che riguardano altre società o che quantomeno non siano prodotti o servizi che l'azienda vende.
Senza interazione il social non ha ragione di esistere. Ci sta.

Ma mi chiedo, in che senso è meglio?
C'è un algoritmo o un controllo che ti abbassa in classifica di ricerca se sei troppo autoreferenziale?
O sono leggi etiche?
O si tratta della community, che se va sul tuo profilo aziendale e vede solo autocelebrazione ti snobba?

Inoltre, a quanto pare il futuro è nelle mani degli influencers. Ma di questo ne parliamo un'altra volta.
Vado a lavorare.


Thursday, April 14, 2016

Energie decentralizzate




È ufficiale: anche quest'anno Oakham rientra nella lista pubblicata dal Sunday Times dei migliori luoghi in cui vivere nel Regno Unito.

Circa vent'anni fa (non è possibile che il tempo sia passato così in fretta) vissi a Londra per un anno. Avevo diciannove anni e manie di onnipotenza, voglia di divertirmi fino allo sfinimento ed una curiosità intellettuale insaziabile, sete di esperienze e necessità di fuga.
Era il 1997 e l'atmosfera era magica, a Londra si scavalcavano le mode, si era liberi, si trasgrediva, si ballava fino all'alba, si trovava lavoro sempre e molto molto altro.
Londra era il centro dell'universo.

Oggi soltanto gli straricchi possono vivere Londra.
Gli altri affittano una microcamera e si barcamenano.
Non è mai stata economica, ma ora è proibitiva, di conseguenza si è quasi totalmente svuotata di quell'anima preziosa di giovani provenienti tutto il mondo in cerca di creatività, musica, bellezza, spensieratezza.
In centro abitano miliardari russi, arabi, Vip, figli di gente famosa o danarosa, oppure quegli esseri alieni che lavorano nella City.

Ora non volevo fare la nostalgica o la polemica, volevo soltanto dire che non esiste più un centro creativo, ci si incontra in rete, o altrove. A Londra si fa business.

Ora abito qui ad Oakham e si vive felicemente in queste micro realtà, ci sono molte iniziative culturali.
Così si sta come in primavera sugli alberi, le gemme: con un lavoro che si può gestire da casa, o meglio, da dove si vuole.

Circondati dal verde e connessi alla rete.





Friday, March 18, 2016

Ode al Business



Sono in quella fase della vita in cui se non si è artisti di mestiere, ricchi di famiglia o soddisfatti di aver nulla, si deve accantonare l'arte, se occupa troppo il cervello.
Si deve accantonare la fantasia, la poesia.
Ho quasi quarant'anni ed un figlio di due, devo costruire qualcosa per il futuro.
Dicono che tra i quaranta ed i cinquant'anni ci si sente di dover costruire qualcosa dal punto di vista professionale, si ha questa sensazione del "adesso o mai più'". Vero.

Sono diventata socia di un azienda di illuminazione, una start up italiana con sede in Inghilterra, una grande occasione.
E sono molto entusiasta.
Soltanto devo accantonare la letteratura e leggere odi al business.

Già ho iniziato a leggere un manuale sul crowdfunding su Kickstarter ed uno di crescita personale.
Dopo aver letto l'ultima pagina di "Perle ai Porci" di Kurt Vonnegut.
Peccato non avere sei vite.
Con un figlio piccolo devo fare delle scelte, posso soltanto leggere prima di andare a letto. Sopratutto voglio dedicargli molto tempo, cresce troppo in fretta.

Recupererò.
Speriamo nel frattempo di non inaridirmi.
Culturalmente intendo, il pupo a livello emotivo-energetico mi annaffia ogni giorno, molto più della letteratura.
Vi tengo informati.

Monday, March 07, 2016

Successo e squilibrio



Ho un amico che lavora nella City a Londra, guadagna montagne di denaro e nuota nel potere, mangia pillole contro la gastrite come caramelle e incontra le persone che muovono capitali e cambiano la storia.
Questo amico mi spiegava che tipo di persone cercano di aggiungere alla loro squadra e cosa chiedono ai candidati ai colloqui.
Mi aspettavo di sentirmi descrivere laureati in matematica ed economia, con anche un paio di lauree e vari master, formati dalle più prestigiose università del mondo, già benestanti di famiglia.
Non è questo il caso. Magari anche questo, ma non si tratta delle caratteristiche determinanti.
Quelli corrispondenti al profilo che ci immaginiamo hanno dimostrato in passato di non essere in grado di raggiugnere il successo.

Loro cercano gente che ha dovuto lottare, che è stata calpestata, schiacciata, gente che vuole una rivincita.
Cercano di capire se il candidato è stato vittima di bullismo, è stato vittima di uno sconvolgente rovescio economico, di una discesa sociale familiare o semplicemente è stato un po' sfigato durante l'adolescenza.
"Quindi se uno è equilibrato non viene preso? L'essere in pace con sé stessi è una caratteristica negativa?"
Risposta positiva.

Quindi non sentiamoci dei falliti quando non siamo stati presi per un lavoro importante.
La risposta potrebbe essere: "Sei troppo equilibrato per questo lavoro".



Saturday, January 16, 2016

Inghilterra, che noia o che benedizione? Terra di misurazioni, valutazioni, pianificazioni.



Qui in Inghilterra le cose funzionano meglio.
Si sa.
Lo dicono tutti.
Sopratutto gli italiani.

In effetti l'organizzazione, il lavoro di squadra e la pianificazione sono alla base della società britannica.
La differenza fondamentale tra noi latini e gli anglosassoni è che per loro l'ordine, la pianificazione e l'organizzazione sono, non solo fondamentali, ma addirittura divertenti.
Per noi mediterranei invece sono sinonimo di pedanteria, mancanza di creatività, noia.
E non amiamo condividere le nostre idee, trasferire la nostra creatività ad un gruppo di lavoro, in fondo perché temiamo sempre di essere "fregati", che gli altri si prendano il merito.

L'esempio di efficenza più vicino che ho: mio marito, inglese, quando ha del tempo libero inizia a fare degli elenchi di lavoretti i da fare, cose da acquistare e propone di organizzare in sincronia i nostri diari. Peccato che io il diario, da quando non lavoro a tempo pieno, lo tengo in testa. E ammettiamolo, non funziona molto.

Nelle aziende e nelle scuole questa filosofia di pensiero si ritrova nel costante impiego di mezzi di misurazione del lavoro e del valore delle persone.
La cosiddetta meritocrazia risolleverebbe il morale delle molteplici persone frustrate in Italia, terra del nepotismo e del bullismo aziendale.
Meglio così che da noi, assolutamente. Se stiamo a vedere i risultati.
Se invece analizziamo lo stile di vita, in tal caso, questa perenne esigenza di pianificare a lungo termine ed anche a breve, dalle vacanze alla spesa, causa una cronica mancanza di capacità di godersi l'attimo.

Tornando alla meritocrazia ed alla misurazione dei risultati, ho notato che qui ognuno accetta la misurazione assegnata e raramente mette in discussione il metodo.
Anzi, si tende a pensare di "essere" quella valutazione.
All'origine di quel metodo di valutazione c'è chi l'ha creato.
Nel caso del mo ultimo lavoro arrivò un nuovo direttore che stravolse completamente un metodo di misurazione del nostro lavoro, con tanto di marketing interno aziendale, merchandising, concorsie e riunioni infinite, al fine semplicemente di dimostrare di aver migliorato l'azienda ed i risultati, metterlo sul curriculum e cambiare lavoro.
Il nostro lavoro non era cambiato, solo il metodo di valutazione.

Ci sono metodi di misurazione dell'intelligenza delle persone universalmente accettati che sono pericolosi se presi in considerazione troppo seriamente.
Intendo per esempio l'IQ.
Conosco un ragazzo con un IQ da genio, che comportamentalmente sfiora l'autismo.

Torniamo a prendere come cavia il mio amato marito.
Sta frequentando l'università per una master e l'altra sera mi diceva che secondo lui io avrei addirittura meno difficoltà di lui a seguire e preparare le tesine.
Pur non ritenendomi stupida, gli spiegavo che non ci capirei nulla di alcuni meccanismi aziendali.
"Forse come IQ io ti batterei, ma come EQ e SQ tu mi supereresti alla stragrande."

Ora, sapevo dell'EQ, ovvero quoziente emozionale, ma SQ?
SQ, temiamoci forte, è il quoziente spirituale.
Soltanto in un'era di delirio di illuminismo, scienza e razionalità, la misurazione della spiritualità può esistere.
Non dico di tornare alla stregoneria, ma ricordiamoci che le misurazioni e le valutazioni funzionano, ma non facciamone una nuova religione.
Sopratutto non ci facciamo distruggere e condizionare da un voto, da un bonus non ottenuto, da una valutazione bassa.
Usiamole come stimoli e come un gioco.

Ora vado online a cercare come misurarmi l'SQ.