Saturday, April 11, 2015

Dimenticare le trame


Negli anni passati ho letto voracemente moltissimi libri.

Avrei potuto approfondire aspetti degli ultimi due lavori che ho avuto per fare carriera, per rivendermi sul mercato, invece quando avevo un attimo libero desideravo soltanto leggere, lasciarmi trasportare dalle onde delicate e avvolgenti del linguaggio.
Avrei potuto almeno leggere in inglese per migliorare la lingua che uso quotidianamente, la lingua di mio marito.
Invece ho letto in italiano per non perdermi le sfumature.
Perché sono per il godersi la vita, per il lavorare quanto basta e dedicarsi a quello che rende l'esistenza degna di essere vissuta. Amo anche buon cibo. L'acqua. Il sole. La musica. L'arte.

Di tutti questi libri che ho letto però mi è sfuggita di mente la trama, spesso il nome dell'autore, il titolo del romanzo.
Se non li avessi acquistati quasi tutti e non fossero seminati per la casa, non credo mi ricorderei di aver letto così tanto.

Da un anno è nato il mio piccolo bambino che mi sta appiccicato notte e giorno. Ci separiamo soltanto dodici ore a settimana, quando va all'asilo.
Della mia vita precedente mi manca soltanto la lettura.
Vorrei avere una tasca spazio temporale in cui scivolare durante il giorno, infilarmi lì e leggere un pochino, poi tornare al tempo reale e non perdere i minuti preziosi che passo col piccolino.

Riesco soltanto a rileggere libri la sera, talvolta.
Rileggo romanzi perché a leggerne di nuovi mi perderei. A volte non mi ricordo quanti anni ho. Seriamente.
Ora sto rileggendo l'"Idiota" di Dostoevskji che ho sempre citato come la mia opera preferita. Anche perché fa molto cool.
L'avevo talmente idealizzato e mescolato ai saggi letti che la trama me l'ero completamente dimenticata.
Non lo ricordavo così il principe, l'idiota.
Il principe ha le virtù di un Cristo, ma la sindrome del "figliol prodigo".
Ha gli occhi ed il cuore di un fanciullo ed una cultura che non ostenta.
Attacchi epilettici che vengono descritti magistralmente come momenti di estasi mistica e non compresi dalle persone che lo circondano.
È come la carta dei tarocchi del Matto che oscilla tra genio-profeta e folle, la cui interpretazione dipende dal contesto. Spesso il matto è tale perché circondato da mediocri superficiali.
Purtroppo il principe non è compreso dall'alta società russa, la sua energia spirituale viene recepita come idiozia. Così va il mondo.

A proposito di tarocchi.
Anche "La danza della realtà" di Jodorowskji l'avevo idealizzata.
Una autobiografia di un personaggio controverso che per me è stata ispiratrice.
Come ho fatto però a non accorgermi del maschilismo imperante?
Della sua sete di protagonismo, celata dall'insegnamento spirituale, dettata dalla pura invidia di non essere donna, di non poter partorire?

Si cambia, si cresce, a volte i libri maturano con noi, altre volte li dobbiamo abbandonare.

Consiglio di rileggere i libri.

"Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, la Bibbia. [...] Il rileggere è un alleanza discorde: insieme ritrovare, riconoscere e scoprire; trovare cioè che la lettura precedente, o anche più letture, non ci avevano rivelato. [...] La prima lettura può anche essere un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà. [...] Nel cuore del grande libro sta il nulla più prezioso, irripetibile. Per accedere a questo nucleo fatale, inafferrabile, in bilico squisito tra esistere e non esistere, occorre rileggere, camminare per strade che crediamo di conoscere." Giorgio Manganelli

Friday, March 27, 2015

Paul Joy e la mamma

Quasi ogni mattina esco con il mio bambino, respiriamo l'aria fresca e lui si addormenta, a volte andiamo al bar: cappuccino per me, latte e biscotti per lui.
Oggi si siedono di fronte a me un signore alto e corpulento sui quarant'anni ed una signora anziana.

La signora ha una spilla dorata a forma di uccello puntata sul cappotto verde militare, lunghi capelli grigi raccolti dietro le orecchie e lasciati ricadere morbidamente sulle spalle, gli occhi verde bottiglia sono truccati leggermente e spicca il rossetto rosso. Sembra uscita da un armadio di mogano impolverato. Avrà circa ottant'anni ed è ancora bella.
Il signore porta un completo gessato tempestato di spille da punk sul colletto, una collana con appesa una grande croce bianca e una t-shirt grigia lisa.

"Mi fa molto piacere vedere il bambino, cresce bene, bello." Mi dice la signora. Lo ripete una ventina di volte, presto intuisco che soffre di demenza senile.

"Questa è mia madre Brenda" mi dice il signore. 
Brenda imburra il pane e lo passa al figlio, che in realtà si sta mangiando una fetta di torta alla carota e non vuole il pane che la madre gli passa. Lei lo fa in automatico. Lui prende il pane e glielo rimette nel piatto.

Il signore mi dice che sta scrivendo canzoni. Il suo nome d'arte è Paul Joy e scrive pezzi che si ispirano ai Doors ed ai Sex Pistols, politicamente impegnati ci tiene a precisare.
"Che tipo di impegno politico?" chiedo io.
Mi dice che vorrebbe piantare foreste ovunque. 

Paul Joy mi siede davanti con la mamma e io siedo davanti a lui con il
mio bambino e mi pare che, anche se ha più di quarant'anni, tre figlie e una madre con la demenza senile, Paul Joy vorrebbe stare in braccio alla mamma.
Paul Joy vorrebbe nascondersi sotto la gonna di Brenda. 
Paul Joy ha bisogno della mamma.

Wednesday, February 25, 2015

La persecuzione di Fabio Volo



Mi sono trattenuta a lungo, fino a che ieri mi è caduto l'occhio su un articolo di gossip, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Questo è troppo.

A diciott'anni mi sono trasferita a Londra per un anno, dopo le superiori. 
Ufficialmente per imparare l'inglese, realmente per ubriacarmi di libertà.
Così mi è capitato di conoscere Fabio Volo, per caso, insieme alla mia amica Franci fuori da un locale. 
Mi pare lavasse piatti o facesse il cameriere, come noi.
Ad un certo punto disse che lavorava o aveva lavorato a Radio Dj.
"Si, va bhè!" gli avevo risposto io "e io alla BBC". 
Ci eravamo visti un paio di volte e devo ammettere che ci siamo divertiti. È un tipo divertente.
Mi aveva presentato uno svedese algido e bellissimo che avevo cercato di accalappiare con scarsi risultati.

Ho rivisto Fabio Volo non ricordo dove, quando lavorava per Match TV, e si era ricordato di me. Ora non si ricorderebbe, è passato troppo tempo e lui è diventato famoso.

E poi l'ho visto in tele. Ho letto un suo libro del quale non ricordo il titolo e non mi è piaciuto. Però ho capito perché vende, perché piace. È una persona piacevole.

Credo sia anche un po' paraculo. O meglio lo sarà stato all'occorrenza, ora non ne ha più bisogno.

Abbiamo riferimenti culturali in comune. Per esempio le sue playlist sono quelle che farei anche io.

Con alcune amiche scherzando dichiariamo di odiarlo perché è riuscito a diventare famoso e ricco facendo quello che noi tutte sognamo di fare: scrivere, viaggiare, parlare in radio e scrivere playlist.
Non ha nemmeno fatto l'università. Nemmeno le superiori forse.
Certa gente, certa gente. Forse semplicemente ci crede.
Sarà perché hanno le idee chiare, visualizzano la meta.
Serve anche un pò di culo.
Mi piace pensare che non si tratti di bravura, così non mi sento da meno.

Va bene tutto, ma oggi una goccia ha fatto traboccare il vaso.
Fabio Volo ha chiamato il figlio Sebastian.
Fabio Volo, il mio però è nato prima.
Ti mando una pernacchia.
Tiè!






Saturday, February 21, 2015

Vite cimiteriali



Abito nella regione meno popolata di Inghilterra.
La densità abitativa è bassa, sono rare le conversazioni con sconosciuti, non ho mai parlato con i vicini.
Abito in un cimitero.
Non in senso metaforico.
Abito veramente in un cimitero.

Quando ricevo visite, sopratutto dall'Italia, mi rendo conto della stranezza della mia scelta abitativa.
Non abito vicino ad un cimitero, ci abito dentro.
È stata una settimana da me un'amica italiana che vive nel centro storico di Barcellona e me lo ha ricordato.
Vedo tombe al posto di un giardino. Non è normale.
Il cancello del nostro ingresso lo chiude il custode del cimitero al tramonto e lo riapre al mattino.

La mia amica gestisce un bar frequentato da artisti, astrologi e girovaghi.
Ogni settimana va a feste, eventi e mostre.
Abitavamo insieme all'università.

Le nostre vite sono completamente diverse ora.
Io abito in un cimitero e l'ultima volta che sono uscita la sera non me la ricordo.
Lei esce tutte le sere ed ogni giorno conosce persone nuove.
La ruota della vita gira e cambia costantemente quello che abbiamo fuori e dentro, magari presto desidererò ancora una vita più sociale.
Scrivo ancora perché fino a cinque anni fa ero sociale sino alla nausea.

Al momento se devo proprio dirla tutta sono felice qui, tra le tombe.
Ebbene sì.

Friday, December 05, 2014

Uno

In certi istanti ho la certezza
Di non essere sola. Mai.

Una luce, una fosforescenza,
amalgama,
mescola, fonde.
Lavora incessantemente.
In circolo.
Cerchio.

Fuori dal tempo.
Fuori da qui.
Boom.

Tuesday, November 25, 2014

John Lewis e la lacrima




Ho visto la nuova pubblicità natalizia di John Lewis e mi sono commossa.
Ora: credo che dovrebbero essere imposti dei limiti legislativi a quanto il marketing possa giocare con le emozioni dello spettatore.
Non ritengo etico il provocarmi la lacrima ai fini commerciali.
Però l'arte ha sempre avuto bisogno di finanziatori per essere diffusa.
Mi rimangio quello che ho appena scritto?
Una volta ero più decisa.

Monday, November 10, 2014

Giorno del ricordo



Sono uscita domenica per una passeggiata pomeridiana ed un caffè ad Oakham con la mia compatriota.
Oakham è un paese addormentato. La domenica le strade si svuotano.

Ho incontrato la mia amica di fronte alla chiesa e ci siamo guardate intorno tra il sorpreso e l'allarmato: la situazione ci è parsa a dir poco surreale.
La via era bloccata, c'erano poliziotti ovunque, pompieri e altri rinforzi non identificabili.
Uomini in divisa controllavano ogni singolo tombino con le torce.
"Staranno cercando qualcosa!"
"O qualcuno!"
Che evento.
Non riuscivo a contenere la mia curiosità.
"Io chiedo" dico alla mia compare.
"È il Rimembrance Day" mi dice il poliziotto, "tra poco ci sarà la parata, ora sono in chiesa".

"Ricordati che alle undici ci saranno dieci minuti di silenzio" mi aveva detto  il marito inglese sulla porta. Ma non ci avevo più pensato.
Era la domenica più vicina all'undici novembre, giorno in cui si ricordano i caduti della prima guerra mondiale, e di tutte le guerre.
Per commemorare si usa indossare un papavero all'occhiello, di carta, stoffa, lana.

La Gran Bretagna in questi giorni è in allarme rosso anti-terrorismo, pare abbiano trovato un gruppo con esplosivi che pianificava un attentato in occasione dell'evento.
La scena rimaneva alquanto assurda.
Allarme rosso a Oakham?  Il paese più tranquillo del mondo. A poche miglia c'è una base militare.
Certamente se non ci pensavo al terrorismo, me l'hanno ricordato.

Poi dalla chiesa è uscita un'ondata di militari, anziani e giovani, e si sono messi tutti in riga, con la banda davanti. In fondo alla fila c'erano i cadetti e dietro ancora dei bimbi delle elementari, tutti con le loro uniformi.
Che strano vedere i militari uscire dalla chiesa.
Guerra e religione insieme mi fanno un certo effetto.
Molto negativo direi.
Ed due preti per mano con le mogli.
Anche questo mi ha fatto un certo effetto, positivo direi.
Sarebbe ora di vederli anche in Italia quelli.

La mia amica è tornata a casa ed io ho seguito la parata.
Mi sono ricordata.

Del fratello di mia nonna Albina, disperso nel Volga.
Sua madre ha continuato a lasciargli il letto fatto tutta la vita.
Di mio nonno Romano, combattente e poi prigioniero degli americani, ma sopratutto vittima della Guerra. È tornato, ma suo figlio aveva già due anni, ed avrà visto cose che non avrebbe dovuto vedere.
Raccontava della guerra solo piccoli episodi.
Ha mangiato sardine per un anno.
Dalla Corsica è tornato in Piemonte a piedi.
Gli hanno detto che la guerra era finita e poteva andarsene in ritardo.
Gli americani dicevano sempre "son of bitch" che mi ha chiesto gentilmente di tradurgli.
Gli americani gli hanno regalato cicche e cioccolato bianco.
I dollari che aveva guadagnato glieli hanno rubati per strada mentre dormiva.
Ha camminato per Montecassino, dopo la tragedia.
Mia nonna ha dovuto bruciargli tutti i vestiti.
Il resto se lo teneva per sè.



Thursday, November 06, 2014

Età adulta

     Non è rimasta traccia di quella malinconia che gocciolava nella sostanza delle mie giornate.
Con inaspettato rammarico la posso dichiarare estinta, insieme alla spensieratezza che mi permetteva di crogiolarmi nel lusso della noia, del tempo disorganizzato.
     Forse mi posso dichiarare cresciuta. Ci sono voluti trentasette anni.
     Sono ufficialmente finite le giornate di introspezione.
     Per il momento.

     Forse il tutto ha a che fare con il fatto che ho un bimbo di sette mesi?
Tornerà la malinconia, non disperiamo.
Torneranno i giorni vuoti.

     Per ora mi rotolo in questa beatitudine.
     

Da "La Versione di Barney", Mordecai Ritchler



""Lei è uno strizzacervelli?"
"Si".
"Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d'accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto di più Shakespeare, Tolstoj o persino Dickens di chiunque di voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che le ho nominato badano all'essenza. E non mi piacciono le etichette varie appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le perizie di parte. E non mi piacete in tribunale, uno per la difesa, l'altro per l'accusa, due cosiddetti esperti, l'un contro l'altro armati, ma entrambi con il portafoglio gonfio. Voi giocate con la testa delle persone e siete inutili, se non dannosi. Inoltre, stando a quanto ho letto di recente, avete abbandonato il lettino per i farmaci, come del resto anche il mio amico Morty. Paranoia? Prenda questo due volte al dì. Schizofrenia? Sciolga questo in bocca prima dei pasti. Io prendo un whisky al malto e un Montecristo per tutto, le consiglio di fare altrettanto. Fanno duecento dollari.""
.....
     "Quando Saul aveva otto o nove anni, lo mandavo di sopra, in camera da letto, a prendermi che ne so, un golf o un copione. Se entro mezz'ora non era tornato sapevo che aveva preso un libro dallo scaffale e si era messo a leggere a pancia in giù. Una sera, a tavola, nel periodo in cui era tutto preso da 'Storia dei Re d'Inghilterra', Saul ci lasciò senza parole con la seguente protesta: "Se papà fosse il re, alla sua morte Mike erediterebbe il trono, mentre io sarei un dica come tanti".
     All'epoca il mio secondogenito aveva solo dieci anni, ma sapeva già di essere capitato in un mondo ingiusto.
     Oh, mio Dio, se fossi un angelo del Signore segnerei con una croce le porte di casa dei miei figli,
in modo da tener lontane le sventure e la malattia. Purtroppo per quell'alto incarico mi mancano i requisiti, e quando avevo ancora un ruolo nelle loro vite sono stato impaziente, critico e punitivo. Sbagliando sempre tutto.
     Cazzo, cazzo, cazzo."

Thursday, October 30, 2014

Mistaken for Strangers



Al momento ascolto i The National.
Una sera con Richard ho ascoltato Pink Rabbits a ripetizione, non so quante volte.
Lui con un bicchiere di vino sempre pieno.
Si doveva rilassare prima di un colloquio e Pink Rabbits distende i nervi.
Abbiamo fumato parecchie sigarette.
Io non dovrei.

Mistaken for Strangers è un docu-film sulla band. Ho felicemente scoperto che lo trasmettevano in TV qualche settimana fa. 
Pensavo che i The National non fossero molto conosciuti, invece eccoti un film sulla BBC. 
Non vedevo l'ora di vedere Matt Berninger nel quotidiano, di sentirlo parlare del più e del meno.
Ci si infatua sempre un po' dei componenti dei gruppi che amiamo, anche se non siamo più adolescenti.

Mistaken for Strangers non è quello che pensavo. 
Il fratello di Matt viene invitato a seguir il gruppo di Cincinnati in tour e decide di filmare, inizialmente contro la volontà del gruppo.
Il film racconta del fratello che dovrebbe strutturarlo, dargli una forma, e non riesce a concludere nulla.
Metafora della sua vita.
Ne esce un film autoreferenziale, sulla frustrazione delle ambizioni artistiche e sul rapporto
conflittuale tra i fratelli.
Un meta-film ironico e inaspettato.

Il fratello è un alternativo, che vive ancora con i genitori, che non riesce a smettere di bere, di innervosirsi e non conclude mai nulla. Nemmeno il documentario.
Anche se forse è lui ad avere più talento di Matt.
Matt però raggiunge il successo.
È sempre stato quello più determinato.
Più Alfa.
Il fratello prova invidia mista ed ammirazione per Matt.
Ed utilizza il film per giustificare i suoi fallimenti.
Un altro inetto da aggiungere alla lista dei miei amati perdenti.





Friday, October 24, 2014

Da "Una barca nel Bosco", Paola Mastrocola



La fine delle scuole superiori, quanto coraggio si ha, quanta voglia di vivere.
Vento frizzante sulle guance.

"Ognuno si sogna quel che vuole per la fine del liceo. Io mi sognavo questo, gli altri no. I miei compagni sognavano altro, ad esempio andare ad Amsterdam con la tenda arrotolata nello zaino oppure un corso pre universitario a Princeton. Dipende da cosa vuoi nella vita. Io volevo l'oceano.
Volevo andare a vedere di che colore era, se era diverso dal mare della mia isola ad esempio, se davvero un oceano è più grande di un mare. Cercavo l'idea di grandezza, l'idea. Speravo di incontrarla, di vedermela davanti, spianata e palpitante. Mi tenevo stretto questo pensiero per quando avrei finito la scuola. Ero libero e la vita ce l'avevo davanti, dico la vita che volevo, che è un po' come avere un oceano davanti. Avevo solo paura che invece non fosse niente, che fosse come un mare, perché l'infinito te lo da benissimo anche un mare, non c'è bisogno di un oceano: finiscono tutti e due con l'orizzonte, e l'orizzonte è uguale da tutte le parti, non è che c'è scritto sopra "orizzonte di mare" oppure "orizzonte di oceano".
Così sono andato a vedere. Mi son detto: vado sempre dritto finché trovo l'oceano. E l'ho trovato..."
"... Bastava andare in Francia fino a dove finisce la terra, niente di straordinario.
E così l'ho trovato. L'ho sentito, prima di vederlo. Era ancora notte, ma io l'ho sentito col naso, ho pensato: ecco, questo e l'odore dell'oceano."
"... Ho posteggiato, sono sceso, ho fatto una ventina di passi, c'era un muretto e dietro il muretto lui, l'oceano; lì spalmato davanti che ti respira largo come l'universo e tu dici: ecco, appunto, io intendevo questo.
Non era per niente come il mare: era l'oceano. Come mi aspettavo. L'esattezza delle cose che ti aspetto, la coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere due cose che si sovrappongono esattamente e non c'è più divario fra pensiero e realtà. Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella."

E quale realtà comune sul laurearsi in questo breve paragrafo che segue! 
Togliamo gli orpelli della finzione narrativa e rimane il succo dell'esperienza, una realtà con la quale  molti laureati del "vecchio ordinamento" hanno dovuto fare i conti.

"Comunque mi viene una tesi stupenda, un capolavoro di idee, collegamenti, ipotesi ardite.
E invece a Batticolla non piace per niente la mia tesi. É irritato, quasi offeso. Mi dice: 
"Ma lei come si permette?"
Non capisco a cosa si stia riferendo, ma per fortuna c'è Svitiglio che mi vuole bene e sente un po' di pena per me. Mi prende da una parte e mi spiega che il professore ha ragione, io nella tesi ci ho messo troppe idee, troppa originalità, cosa volevo, strafare? Mi spiega che bisogna essere più umili in una tesi, citare quelli più vecchi di noi con tanto di data e luogo di edizione e basta. Al massimo dire ogni tanto che la cosa anche a noi sembra così, che il tale o che il talaltro, secondo il nostro modesto parere, hanno proprio ragione.
Siccome mi vede affranto, si offre di seguirmi per una revisione totale della tesi."
"È un lavoro un po' lungo, ma ce là facciamo. Svitiglio mi cancella tutte le frasi in cui sono espresse delle idee o anche solo se ne veda un barlume, e mi insegna due cose fondamentali: citare, cioè disseminare un buon numero di frasi altrui nella pagina; e ridire, in altro modo, le cose che sono state già dette dagli altri. E un vero maestro. Non so cosa avrei fatto senza di lui.
Adesso Batticolla è molto contento di me, dice che mi è venuto proprio un bel lavoro, meritevole di lode. Posso quindi laurearmi."



Friday, October 17, 2014

Fantasmi sì, fantasmi no?





Sono tornata a Stapleford Park, vedi post precedente.
Mio marito, Richard, detto Riccardo, mi ha regalato per il mio compleanno sei mesi di iscrizione a questo club che più British di così non si può, e che Dio lo benedica.

Lascio un paio d'ore il piccolo Sebastian all'asilo e io me ne vado in piscina, faccio la sauna, una nuotata, l'idromassaggio, la doccia e/o mi leggo un libro. Potrei anche andare in palestra, fare dei corsi ginnici, ma non ci penso nemmeno, mi devo riposare.
Sono un paio di settimane che ho iniziato con questa routine e siamo tutti più felici. Sebastian, dopo una classica crisi iniziale, pare si diverta con gli altri bimbi, rotola, li guarda, ride, sta nel girello, cerca di rubare delle merende altrui.

Mi ritengo privilegiata.
Consideriamo che la giornata sola col pupo iniziava a diventare interminabile: si parte con i migliori propositi, tra canti e salti mattutini, poi si arriva a sera muti a fissare la creatura sperando che dorma. E naturalmente il mio va a dormire alle undici, non sta nel suo lettino nemmeno mezz'ora senza urlare disperato, i riposi pomeridiani raramente superano la mezz'ora, i nonni sono in Italia e gli amici lavorano.
Viva il club.
Che tra l'altro, anche se sembra un posto da snob danarosi, non costa più dell'asilo ed un corso di palestra altrove. Il marito ha fatto bene i conti.

Comunque stavo scrivendo che sono tornata al club...il punto era un altro.
Sono tornata al club e ho ripercorso il corridoio che si dice infestato dai fantasmi con Sebastian perché mi ero scordata la borsa in piscina (vedi post precedente).
E questa volta non ha pianto.
Ha riso.
Pensa un po'.







Saturday, October 11, 2014

Haunted Houses




Alcuni giorni fa mi trovavo a Stapleford Park, una magione circondata da 500 acri di giardini Capability Brown, che fu dimora di varie famiglie aristocratiche a partire dal 1050, ed oggi è un hotel e club con SPA e varie attrezzature sportive.
Un luogo in cui si sta sereni e rilassati.
Quei posti che ritenevo da snob quando abitavo in Italia, ero piena di energia ed ancora intrisa di ideali assorbiti durante il periodo universitario. 
Oggi, trentasettenne, con un bimbo di sei mesi che non mi fa dormire la notte, e montagne di cose da ricordare, vorrei che di posti così ce ne fossero ovunque, possibilmente a buon prezzo.

Una cordiale signorina stava accompagnando me, mia madre ed il piccolo Sebastian, allegramente penzolante dal marsupio, in visita alla piscina.
Sebastian sghignazzava ed emetteva urletti di gioia già dalla passeggiata nel parco.
Davanti all'enorme caminetto acceso all'ingresso il piccolo fa "Eh, ooooh, ga",  la signorina ci scorta attraverso una stanza con animali impagliati ed anticaglie di vario genere, scorgiamo la vecchia libreria, un'altra sala nella quale si serve l'"afternoon tea" come se fosse un rituale religioso, oltrepassiamo la scalinata ufficiale e proseguiamo per una scala secondaria.
Sebastian è tutto gongolante.
Dopo un breve tratto si apre la porta di un lungo corridoio con una parete a cassettoni di legno scuro ed una stupenda vista sui prati macchiati di greggi di pallini bianchi; il piccolo, tutto d'un tratto,  scoppia a piangere istericamente.
Finisce il corridoio, apriamo un'altra porta, verso la piscina,  e Sebastian smette di urlare, di colpo.
La signorina ci mostra la SPA, la piscina, e torniamo indietro. 
Riapriamo la porta che da sul corridoio con la parete a cassettoni, un moquettoso tratto di una decina di metri, e Sebastian scoppia nuovamente in un pianto disperato.

La signorina sorpresa e scombussolata dice: "All'andata non ci volevo pensare, ma di nuovo! Non ci crederete, ma questo corridoio fa parte dell'ala più antica della casa, risale al 1060.
Dicono che siano successe cose tremende in quest'area e che sia quella infestata dai fantasmi."

In genere sono scettica, ma dicono che i bimbi abbiano una sensibilità diversa, non ancora influenzata dalla cultura dominante e dalla razionalità.
Che dire?
Abito in un cimitero e Sebastian non vuole dormire nel suo lettino, c'entrerà  qualcosa?



    





Thursday, October 09, 2014

Cataloghi di lettura

Agli alunni di una classe di terza elementare di Leicester (scuola che frequenta la figlia di una conoscente, machissefrega si potrebbe trattare di chiunque, non è questo il punto), hanno chiesto di portare un libro per un progetto di lettura.
Un libro qualunque preso da casa.
Quello che ispira.


Oggi moltissime persone scaricano ebooks, come strumenti di lettura hanno kindle, i-pad e simili. Il libro cartaceo va scomparendo, pare stia per diventare un oggetto vintage.

Sia ben chiaro: io non scaricherò mai un libro. I libri sono gli unici oggetti ai quali sono materialmente attaccata, a casa mia ogni libro è posizionato su uno scaffale e riposa vicino ad un altro per uno specifico motivo. 
È una religione. 
Gli scaffali come altari.

I libri non contengono solo racconti. 

Insieme alla polvere sui libri si deposita l'emozione dei lettore, la storia del momento in cui è stato aperto, di quando è stato riletto, l'odore di chi ce l'ha prestato e si è scordato di richiedercelo.
Sono magici.

Grazie ai miei genitori sono cresciuta in una casa in cui i libri abbondavano. 

C'erano le enciclopedie che più che altro si intonavano con la libreria ed erano un ottimo contorno per la televisione e c 'erano pile di romanzi: i classici, i gialli, collane di fantascienza, storie del orrore e 
fumetti, tantissimi fumetti.

Ne leggevo un paio di pagine e poi scivolavo nei sogni.

Mia madre mi comprò Alice nel Paese delle Meraviglie con le pagine al profumo di mela quando avevo sei anni.


Comunque a questi bambini della classe di Leicester hanno chiesto di portare un libro e questa conoscente mi ha detto che un compagno della figlia ha portato il catalogo di Argos, perché in casa c'era solo quello.
Il catalogo di Argos. 
Una lista di oggetti in vendita.
Certe famiglie hanno soltanto un catalogo in casa non perché leggono in formato digitale, non leggono e basta.

Questo aneddoto mi ha intristito profondamente.


Wednesday, August 06, 2014

Anatra in chiesa



Ieri sono uscita per una passeggiata ed ho incontrato un'anatra bianca che camminava pacifica in mezzo alla strada che da casa mia porta al centro di Oakham.
Con il passeggino e naturalmente pure il piccolo uomo dentro, non sapevo che fare.
Salvo l'anatra e abbandono il passeggino per un attimo?
Sono in grado di prendere un'anatra?
Le anatre mordono?
Mentre vari pensieri annebbiavano la mia capacità d'agire, un paio di macchine sono passate e fortunatamente hanno rallentato.
L'anatra ha poi attraversato incespicando un incrocio e si è fermata davanti alla chiesa cattolica.
Me ne sono lavata le mani, come il buon vecchio Pilato, e me ne sono andata in centro.
Al ritorno mi è stato detto da una vicina che una ragazzina è passata davanti a casa sua con l'anatra in braccio.
Non si sbaglia mai a lasciare degli esseri davanti alla chiesa.

Thursday, July 03, 2014

Glasto

È finito da poco il festival di Glastonboury,
Glasto, come lo chiamano qui in terra d'Albione.
Domenica sera l'ho seguito live sulla BBC pensando a quanto il
consumo dell'evento sia cambiato. Già perché ormai le esperienze si consumano e si riproducono
in video e foto, possibilmente su telefono, si postano in tempo reale.
Negli anni settanta era un ritrovo di hippie, si consumavano droghe a tutto spiano, c'era l'amore libero, i corpi ricoperti di fango, David Bowie agli albori, il mondo degli "alternativi".
Certo non lo trasmetteva la BBC.

Ora pare sia sempre un ritrovo di hippie, che si consumino droghe, che ci sia fango quando piove e che suoni anche la stessa gente che è diventata vintage cool.
Però gli hippie di oggi lo sono per un weekend, con i loro stivali di gomma e gli occhialoni da sole di marca. Gli hippie di Glastonboury 2014 emulano la mise di Kate Moss, che ci va tutti gli anni.
Fa molto "middle class" andare a Glasto. Ma la middle class" non era: cane, villetta a schiera, lavoro stabile, matrimonio, macchina famigliare e due figli?
Si, era.
La classe media, inglese, 2014, va ai festival e se lo fa con stile diventa upper class.
Ovvero se anziché campeggiare in tenda, affitta una tenda di lusso mongola per circa tremila sterline a  notte che finirà per non usare perché a Glasto non si dorme: upper class.

È diventato obbligatorio andare ad almeno un festival all'anno per gli over trenta che vogliono essere fighi, ma la cosa più assurda è che nessun over trenta ama campeggiare nell'umidità gelida inglese, con un post sbronza, utilizzando cessi chimici  superaffollari.
Cosa non si fa per essere cool!

Sunday, June 29, 2014

Al piccolo uomo




Caro figlio nato da poco,

Se solo bastasse stare in questa posizione scomoda per renderti felice, ci starei fino a cascare a terra dalla fatica. Invece, messo così sulla spalla, come un sacchetto, non piangi adesso perché la pressione sulla pancia ti allevia questo piccolo dolore fisico. Farai un rutto, un rigurgito, poi ti addormenterai.
E domani basterà darti da mangiare per strappati un sorriso.

E poi?
Sempre meno potrò garantire la tua gioia, il resto del mondo entrerà in gioco.
Il resto del mondo lo stai già mettendo a fuoco e pare ti faccia sorridere.
Verrà un giorno, almeno uno nella tua vita, in cui penserai sia stata una pessima idea quella di metterti al mondo, in cui ti sembrerà che nulla abbia senso.
O forse non verrà mai.
Ma verrà la tristezza, la sofferenza, verranno le delusioni.
Se così non fosse non cresceresti emotivamente, ma che fitta provo al solo pensiero.

Caro figlio nato da poco se solo ti potessi garantire la felicità, ma a pensarci bene la cosa che ha sempre reso felice me, dal momento in cui ricordo, si chiama libertà.
Allora caro figlio spero di non soffocarti troppo, o farlo da lontano, dietro l'angolo della strada che percorrerai.
A tal proposito sto tessendo un mantello protettivo trasparente, un pezzettino ogni notte, dovrebbe essere pronto per quando inizierai a gattonare, lo adagerò sulle tue spalle in un momento di distrazione, come faccio quando ti taglio le micro unghie, e piccolo uomo sarai protetto per il resto della tua vita.

Thursday, June 05, 2014

I dolori del parto - Parte terza, il finale

Eccomi.
Sono le cinque e ventitré. La luce inizia a penetrare dagli scuri, Sebastian dorme e russa come un cinquantenne con il vizio dell'alcol, ma questa è un'altra storia.
Vorrei finire di raccontarvi i dolori del parto.
Vorrei, ma me li sono scordati.
Lo sapevo.

Sono passati due mesi dalla nascita del piccolo uomo ed il ricordo si è sbiadito, la gioia ha preso il sopravvento ed io mi sento egoista e patetica nell'insistere a raccontarvi dei dolori.
La felicità li sorpassa, la memoria si annebbia, non ha senso incaponirsi.

Vi racconterò invece qualcosa di più interessante.
Non so come si chiami in italiano l'anestetico blando che in inglese qui chiamano "gas and air" o Entonox, un gas che contiene ossigeno e protossido di azoto, quello che usano i dentisti per intenderci.
In Inghilterra lo offrono per alleviare i dolori del travaglio, magari anche in Italia, non so.
Sorvoliamo sulla descrizione delle non molte ore di travaglio trascorse senza l'aiuto della chimica, sono state tremende, va bene. Ci sono passati tutti.

Ero in preda ai massimi livelli di dolore e l'ostetrica mi dice che mi ha preparato un bagno caldo.
"Un bagno caldo? Ma dove sono quelli dell'epidurale?"
"In sala operatoria, arriveranno tra circa tre ore", dice Kate.
"Tre ore?!"
"For the love of God" continuavo a dire.
Fortunatamente non mi vengono spontanei come in italiano gli insulti in inglese.

Mi hanno quasi convinta a fare questo benedetto bagno, quando chiedo a Richard: "Ma gas and air non si può avere?"
"Serve l'anestesista" dice lui.
Non contenta chiedo anche a Kate: "Ma gas and air non si può avere?"
"Vuoi gas and air?" mi chiede.
"Certo che voglio gas and air, qualsiasi cosa abbiate! Svuota quel maledetto bagno Kate e portami il gas!"

Arriva così la bombola di gas and air.
Aspiro lievemente e non succede nulla.
"Aspira più a lungo" suggerisce Kate.

Ecco.
Se userete mai  l'entonox in sala parto, fatelo provare anche al partner.
Sarete entrambi proiettati in un mondo leggero nel quale il dolore è una caratteristica marginale.
"Va meglio? " mi ha chiesto  Kate.
Andava molto meglio, ma ho mentito perché tenevo che non mi portassero più altre droghe.

Le due signore con l'attrezzatura per l'epidurale le ricordo fluttuare nella stanza circondate da un'aura magica ed ali da angeli. Mi chiesero di smettere di aspirare l'Entonox perché dovevo stare seduta  dritta per la puntura nella schiena, io annuivo e appena si distraevano continuavo ad abusarne.
Ricordo che mi hanno infilato l'epidurale sotto pelle anziché in vena per sbaglio e non si sono accorti che gonfiavo a dismisura, poi hanno cambiato braccio ed il sangue ha iniziato a zampillare dall'altro come in un film d'orrore di serie B.
"Non ti vedevo così fatta dalla festa di Acton town a Londra nel '98" mi ha detto Richard. Ma questa è un'altra storia.

Con l'epidurale in circolo sono tornata ad essere un individuo con una dignità ed il senso del decoro, ho ringraziato le signore che me l'hanno fornita e mi sono scusata per le volgarità, poi ho iniziato a spingere fuori quelli che nelle prime ore di vita sembrava un alieno.
L'alieno più bello dell'universo. È pure comparso un medico con una ventosa che come gran finale me l'ha aspirato fuori e se vi chiedete come sia la ventosa la risposta è: esattamente come uno sturalavandino.
Tutto il processo è riassunto dal marito che ha assistito da prospettive definitivamente meno dolorose, ma più splatter delle mie, come "horrific.
Ma non andiamo fuori tema.

La morale del post è questa: quando partorite usufruite di tutti gli anestetici disponibili in ospedale, non ha senso soffrire come cani quando lo si può evitare.


Wednesday, May 14, 2014

I dolori del parto - parte seconda

...la nonna, alias mia mamma, è tornata ieri in Italia, son passate due settimane e non  riuscita a scrivere il finale della storia d'orrore a lieto fine: il parto.
La natura malvagia e saggia al contempo ha progettato tutto con minuziosa precisione: ti fa patire le pene dell'inferno con il parto e poi ti inserisce in un ciclo di allattamenti, pianti, sorrisi, cacche, rutti ed ore di sonno dimenticate che ti impediscono di comunicare agli altri esseri di genere femminile quanto sia tremendo il dolore ed appena riesci ad organizzarti e sei pronta a descrivere l'esperienza, gli ormoni ti hanno fatto dimenticare quanto sia atroce. 
La felicità prende il sopravvento.
Maledizione.

L'avessi descritto un mese e mezzo fa avrei probabilmente utilizzato una lunga lista di imprecazioni, ora invece ricordo il tutto quasi in maniera comica.  
La natura sa che nessuno lo rifarebbe se fosse possibile riportare il dolore alla mente. Ci proverò lo stesso. 

Con nulla da fare e nessun dolore in ospedale, mi son messa a leggere il libro di storia della filosofia antica di mio fratello risalente agli anni del liceo, ho fatto ragioneria per una lunga storia di scelte sbagliate, per cui cerco di colmare i vuoti culturali da autodidatta. Richard è tornato a casa ed io ho letto fino al mattino, tra le urla delle mie compagne di stanza che sono state portate via, una a una, a partorire. Il tampax di ormoni non ha fatto effetto. 

Il giorno successivo l'ho trascorso consumando tremendi pasti forniti da una cuoca che mi guardava malissimo e passeggiate al bar: nessun movimento rilevante.
Verso le dieci, undici di sera, un'ostetrica ha controllato la situazione: ero dilatata di due cm e doglie lievissime erano iniziate. 
"Se son così" ho detto al marito "anche molto più forti, è una passeggiata."

L'ostetrica Kate mi ha rotto le acque con un uncino di plastica.
Benvenuti all'inferno.
I dolori veri e propri sono iniziati, sempre più intensi, un crescendo di disagio. Come se un avessi avuto un'incudine all'interno improvvisamente attratta da una calamita poggiata sul pavimento. 
Ho provato ad usare l'autoipnosi pre parto, diligentemente preparata a casa con l'aiuto del cd comprato su Amazon, e finché ero nella mia stanza, avvolta da tende, nella semioscurità, sulla palla yoga, ha funzionato. Ho sofferto intensamente, però ho perso la concezione del tempo.
Sono scivolata nei sogni, o incubi.
D'un tratto l'ostetrica mi ha portato degli antidolorifici che a quanto pare avevo chiesto, mi ha parlato, mi ha fatto riemergere da quell'abisso di attutimento mentale che mi ero creata.
Adieu.

Allora il dolore è arrivato massiccio ed intollerabile, come un'onda che ti affoga.
"Si può avere un'epidurale?"
"Si, tra tre ore" mi dice.
"Tre ore?!" In quel momento per me tre ore erano un'eternità.
"Andiamo in sala parto e vediamo quanto sei dilatata."
Camminare, parlare ed aver delle mani infilate per me in quel momento era una cosa non solo dolorosa, ma semplicemente inattuabile, impossibile, inconcepibile.
Da quel momento, Richard ricorda con amore, sono diventata la protagonista de "l'esorcista". "Horrific" dice a chi gli chiede un commento sul parto. E parla usando il "noi" come se avesse partorito anche lui, e meno male che c'era lui.

Il piccolo piange, devo andare.

La natura cerca di azzittirmi, ma finirò di raccontare, la natura fa bene a tramare contro questi racconti perché non è giusto terrorizzare le future madri. 
Ma tornerò. Non so se domani, ma tornerò.

Tuesday, April 29, 2014

Non dimentichiamoci: i dolori del parto

Non ho avuto il tempo di scrivere nell'ultimo mese, avrei avuto molto da raccontare il 29 marzo, giorno in cui Sebastian è nato.
Mio figlio. 
Già. Sono diventata mamma.

Non ho scritto nulla durante l'attesa credo per scaramanzia, "credo" perché per non portarmi sfiga ulteriormente non l'ho nemmeno ammesso a me stessa.
Prima di entrare nel mondo dei sentimentalismi e della tenerezza del quale faccio parte da quando abbiamo scoperto dell'arrivo del pargolo, vorrei ricordare il parto.
Avrei dovuto scrivere qualcosa subito perchè  la pro lattina e non so quale altro ormone suo amico cancellano il trauma, confermo pienamente quello che si dice.

Eccoci: il parto. 

Mi aspettavo di soffrire, me lo avevano detto, l'ho letto, si sa.
Mi sono preparata ascoltando cd di ipnoterapia pre-parto, le storie di tutte le madri che ho incontrato durante i nove mesi di attesa, mi sono immaginata i peggiori dolori che la mia mente potesse creare ed ho provato tecniche di respirazione varie.
Mia madre ha sostenuto per nove mesi che la mia resistenza al dolore fosse  superiore alla media e che non avrei avuto alcun problema, che tutte quelle che gridano e piangono e disperano esagerano e che basta concentrarsi sulla respirazione.

Bene. 
Il dolore che mi ero immaginata? In realtà è stato dieci volte peggiore.
Mi piace raccontarmi che il dolore sia stato superiore alla media perché il parto è stato indotto, altrimenti la mia soglia del dolore si è certamente dimostrata inferiore alla media e le mamme non sempre hanno ragione.

Avevo pianificato di andare in un centro per la nascita a Melton Mowbray, dieci minuti da Oakham, paese in cui vivo, centro in cui ci sono soltanto ostetriche, nessun dottore, e se tutto va liscio, il parto avviene solo in maniera naturale, senza l'uso di antidolorifici, epidurali o gas.
La data di nascita prevista per il piccolo uomo era a metà marzo, nulla accadde quel giorno, e nemmeno durante le sue settimane successive in cui per stimolare il travaglio ho provato tutto quello che mi era stato suggerito da chi se ne intende: bere tisane alle foglie di lampone, mangiare ananas, stare sulla palla di gomma che si usa per fare yoga, mangiare piccante, passeggiare e fare le scale.
Niente. 
Quindi, come accennavo prima, il parto è stato indotto, o sarebbe stata una gestazione da elefante con troppi rischi, per questo mi hanno dovuto ricoverare in ospedale a Leicester, niente centro per la nascita naturale, piscine, palle, materassi e corde e nascite hippie, addio luci soffuse e musica a scelta. 

Mi ero immaginata le doglie a casa nel mezzo della notte, i massaggi e la respirazione e le corse all'ospedale. 
Niente di tutto ciò. 
Abbiamo telefonato all'ospedale mattino e mi hanno ricoverata la sera, quindi ci siamo goduti un pranzo in santa pace e poi ci siamo diretti, mio marito e la sottoscritta, all'ospedale verso le quattro del pomeriggio.

Alle sei stavamo ancora attendendo che qualcuno ci considerasse, perché le urgenze passano giustamente prima. Verso le sei e mezza un'ostetrica mi ha infilato una specie di tampax pieno di ormoni chimici spiegandoci che non ci restava che attendere ventiquattro ore e sperare che partissero le doglie.

Mi hanno portato poi una succulenta cena che consisteva in: una patata bollita riscaldata al microonde, uno scodellino di insalata scondita e un succo di ananas.
Benvenuti in Inghilterra! In Italia non servono certo cibo da stella Michelin, ma una patata! Fortunatamente mi ero abbuffata a pranzo.

Continuerò domani, perché di tratta di una lunga storia e stasera arriva mia madre ad aiutare , santa donna, per cui forse avrò più tempo per scrivere.